Viaggio a Mosca. Salvini ha già vinto. Ecco perché

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Va a Mosca, non ci va, ci andrà in seguito? Nel momento in cui scriviamo, non conosciamo l’esito presente e futuro di questa nuova fiction targata “il Capitano”.

Del resto Salvini ci ha abituati alle sue improvvisate. Certo, ha riconquistato le prime pagine dei giornali; certo, ha ripreso l’iniziativa, quel protagonismo ormai sbiadito, causa la famosa strategia “di lotta e di governo” che lo ha condannato a perdere voti e sovranità su molte sue battaglie identitarie (migranti, sicurezza), tentando di recuperare terreno su altri argomenti (tasse, prima casa), nel nome della sua nuova triade: vita, pace e lavoro. Una ulteriore declinazione leghista, che sa tanto di partitone unico con Fi.

Tutto per ammortizzare la Meloni e non drenare totalmente i suoi consensi verso la destra di opposizione, percepita come più coerente e meno altalenante, opaca, ambigua, debole, rispetto al Carroccio.
La Meloni, infatti, è stata una delle prime a bocciare il viaggio del suo (ora lontano) alleato, per non creare crepe nel governo e non rompere la compattezza del fronte atlantico.
Il governo poi, ha preso l’annuncio di Salvini come fumo negli occhi: se Draghi è silente (non è stato avvertito), il ministro Guerini ha detto che non commenta ipotesi, mentre Di Maio è stato lapidario: “Con Putin parla Draghi”, evocando di fatto la brutta figura che il Capitano ha fatto quando da novello pacifista bergogliano è stato sbugiardato da un anonimo sindaco polacco (c’è chi dice che sia stata una polpetta avvelenata ordita proprio dal ministro grillino degli esteri).
Letta ha ripreso il titolo di un noto film: “Salvini, va dove lo porta il cuore”, alludendo alle simpatie russe del leader leghista, precedenti alla guerra.

Ma nessuno ha trattato un tema che ha a che vedere con la nuova comunicazione (il populismo mediatico). Una costante, nel bene e nel male, della Lega: la perdita della memoria da parte dei cittadini, che accettano cambi repentini di fronte, senza porsi il problema della coerenza e della rispondenza tra idee e comportamenti. Basta un semplice like, l’ultimo sondaggio di turno, per cavalcare gli umori e la pancia della gente. Scelte che vanno e vengono in un nanosecondo.

Salvini da tempo ha fatto sua questa regola, insieme ad un’altra, altrettanto efficace: l’annuncio sostituisce il fatto. Per cui è sufficiente fare un’affermazione, creare un dibattito, riprendersi la scena della visibilità, indipendentemente dalla realtà della vicenda.
Ecco perché è indifferente e irrilevante sapere se andrà o meno a Mosca.

Anche perché, la storia personale di Salvini è chiara: ha sempre vissuto da anarchico e individualista le sue presenze istituzionali (imperativo categorico, l’eterna campagna elettorale, l’ossessiva e scientifica ricerca del consenso). Così è stato col governo Conte, così è adesso con Draghi.
Distinguo continui che spiegano pure le ripetute consultazioni parallele che ha sempre organizzato a Palazzo (con partiti, con i sindacati, con le diplomazie, le associazioni), sia da ministro, sia da politico e basta. All’insaputa dei suoi colleghi di esecutivo. E spesso del suo stesso partito.
Concludendo, ci andrà? Per la tecnica della nuova comunicazione, ha già vinto. E poi, ha una sua exit strategy: “Se do fastidio resto a casa con i figli”.

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