Da 5Stelle a 5Stalle. Il fuoriuscito Giarrusso spiega la fine del grillismo

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Leggendo l’illuminante intervista a La Verità, rilasciata dall’eurodeputato grillino fuoriuscito Dino Giarrusso, non può non cogliersi la cronaca di una fine annunciata, quella del Movimento, diventato sinonimo ormai di stasi, palude interna, risse e autocrazia; termine quest’ultimo, utilizzato proprio da Giarrusso.

Delusione, rabbia, deriva inevitabile dei 5Stelle, data la forza “corruttrice” del parlamentarismo?
Niente di tutto questo: il tramonto del primo partito alle ultime consultazioni politiche, era ed è scritto nel suo Dna e nella sua gestione.
Dna filosofico e politico, visto che lo stesso filosofo francese J.J. Rousseau, ebbe modo di affermare che la democrazia perfetta non esiste, perché gli uomini non sono dei, e quindi ci vuole un interprete unico e superiore della volontà generale.
Tradotto, la contraddizione di un Movimento che pretendeva di rappresentare i cittadini nelle istituzioni, azzerando la casta per moralizzare la vita pubblica; pretendeva di imporre la democrazia diretta, come da modello-informatico (la piattaforma Rousseau ha sempre deciso i candidati, i programmi e l’adesione ai governi, sostituendo di fatto le Camere tradizionali); e che al contrario, ha tradito totalmente le motivazioni identitarie (no-Vax, No-Tav etc) che lo hanno portato a vincere. E ancora: la contraddizione di un’organizzazione che fin da subito è stata monarchica e non egualitaria (i vari capi politici, garanti che si sono succeduti, a partire da Grillo).

Volevano tagliare Camera e Senato come una scatola di tonno, e invece, parole di Giarrusso, i suoi capi e dirigenti hanno trasformato il partito in un partito come gli altri, anzi, peggio degli altri. A partire, dalla linea filo-governativa, di Di Maio e “sostanzialmente” pure di Conte. Non due leader espressioni di due diverse anime, ma il gatto e la volpe.

Di Maio “un ottimo ministro, ma corresponsabile di questa deriva. Ha scelto un altro modo di fare politica, più tradizionale, diciamo”. E Conte, movimentista solo per scena: “A parole sembra discostarsi da Draghi, nei fatti, abbaia ma non morde. Abbiamo permesso al premier di snaturare in corsa il bonus 110; su armi, inceneritori, abbiamo chiesto senza ottenere nulla”. E cosa avrebbe dovuto fare il Movimento? “Uscire dal governo”.

Un’analisi che sa di de profundis: “Il partito ormai è allo sbando, è totalmente fuori controllo, non esiste una rappresentanza degli iscritti né tra i vice, né tra i comitati, né tra i referenti. Ci sono solo le nomine personali di Conte”. In soldoni, “il Movimento è un’autocrazia”, senza nemmeno le qualità dell’autocrazia: “Conte è pure isolato”.
Altro che volontà generale, democrazia diretta, trasparenza, onestà, partecipazione dal basso: “Il Movimento vive da anni una guerra tra bande e Conte ha peggiorato le cose”.

Prospettive future? “Siamo il primo partito in Parlamento e abbiamo abbandonato i territori, ci siamo presentati in appena il 4-5% dei Comuni”. Peggio di così. E’ l’eterogenesi del giacobinismo.
Peccato che Giarrusso brillante e lucido nella diagnosi, difetti nella terapia: sta costruendo un movimento federativo dei delusi dal grillismo. Repetita non iuvant.

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