Festa della Repubblica e Giubileo della Regina. Inghilterra batte Italia 2 a 0

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Confrontiamo due foto: il Giubileo di Platino della Regina e la festa della nostra Repubblica.

Due paesi, entrambi reduci dall’emergenza pandemica, da quel lockdown che ha bloccato ogni evento pubblico, figli dalla crisi economica gestita in modi opposti: il Regno Unito si è disunito da Bruxelles, noi con Draghi, ci siamo infilati ancora di più nella Ue. Ed entrambi i paesi con idee diverse sulla guerra in Ucraina: l’Italia (col governo dei migliori) oscilla tra alleanza atlantica, distinguo sulle armi, innata, genetica furbizia e paura dell’effetto delle sanzioni; mentre l’Inghilterra capeggia la fazione più bellicista. Uguale soltanto a Biden, che almeno pensa di farla per conto terzi, fuori casa. Johnson invece, con le sue frasi, i suoi atteggiamenti, rischia di accendere una pericolosa miccia proprio dentro l’Europa.

Ma le due foto inducono a una riflessione più profonda, che esula dalla cronaca. Bisogna rispondere a una domanda: che paese è l’Inghilterra e che paese siamo noi?
Il due giugno nostrano ha visto poca partecipazione di popolo (sia all’altare della patria, sia alla sfilata), evidentemente il motto preferito è stato “tutti al mare, tutti disinteressati”. Non è una novità (in tanti ce lo dicono): siamo un popolo di vacanzieri, di evasori mentali e fancazzisti.
E l’attuale esecutivo ha avuto il “pregio” di allontanare ulteriormente la gente, che ritiene la politica, roba d’altri e inutile, commissariata (uno su due, infatti, non vota). Su quelle tribune, durante la sfilata, il Palazzo, il potere, i politici, le istituzioni. La società?
E ciliegina sulla torta, la presenza degli eroi in camice bianco, che al di là dei loro oggettivi meriti, marciando ufficialmente insieme ai blindati e cavalli, hanno consacrato sine die il “Regime-covid” (medici equiparati a soldati).

Che differenza rispetto alla Regina. Che ha tenuto col fiato sospeso i suoi sudditi, mancando ad alcuni appuntamenti importanti (data l’età).
Ma la sua figura comunque ha aleggiato sulla nazione. Una massa oceanica che è scesa in piazza riconoscendosi nei propri simboli identitari.
Un’unità sostanziale del paese, tutt’uno con la stabilità e continuità dello Stato, incarnato dalla patria vivente che è la sovrana.
Una folla simile il Quirinale l’ha conosciuta solo alla vigilia del voto referendario del 2 giugno 1946, quando al balcone si è affacciato re Umberto II. Mai negli oltre settant’anni di Repubblica.

Il nostro mainstream quando in malafede o buonafede analizza ciò che non capisce o si rifiuta di capire, cioè la monarchia inglese, compie due operazioni ideologiche: o enfatizza il gossip (il colore, i vestiti, le liti interne alla dinastia), oppure riduce la Corona a mero simbolo, minimizzando il suo peculiare e fondamentale ruolo arbitrale (la separazione tra Stato e governo), che unicamente un uomo super-partes può garantire, non un personaggio eletto (sappiamo pure come, si è visto a proposito della rielezione di Sergio Mattarella), e condizionato dai partiti.

In questi giorni, alcuni giornali e alcune tv si sono inventati addirittura il termine “elisabettiani” (il consenso intorno alla Regina), introducendo un elemento individualistico, leaderistico, tipico della mentalità e del pensiero repubblicano. Non sapendo che l’elemento personale è parte integrante della monarchia, ma non in qualità di capo, ma di primo servitore della comunità. Concetto che la stessa Regina ha rimarcato nel suo messaggio di saluto al popolo. Una Regina che può permettersi di interpretare uno sketch con l’orsetto Paddington, inaugurando il concerto del Giubileo, vuol dire stare dentro l’anima del suo popolo, la tradizione e la modernità insieme.
Vi immaginate i nostri presidenti che giocano con un cartone animato?
Ecco la differenza tra le istituzioni lontane e quelle vicine alla gente.
Chi è distante annega nella retorica e nella drammatizzazione della comunicazione. Chi è vicino può permettersi il lusso della semplicità, dell’autenticità e dell’ironia.

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