Salario minimo, l’Europa approva e l’Italia litiga

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In perfetto stile prima repubblica (italiana), la Commissione Europea ha raggiunto l’accordo sul salario minimo “alle prime luci dell’alba” di questa mattina, mettendo insieme alla meno peggio le differenti opinioni di Consiglio, Parlamento europeo e Commissione.
Cosa cambia? Niente, ovviamente. La direttiva non impone di modificare i sistemi esistenti, se già sono stati implementati, o di adottarne uno se mancano, come in Italia. Per arrivare a un obbligo occorreranno anni, perché il testo dovrà essere discusso – e modificato – in Commissione Lavoro e affari sociali e poi di nuovo dal Consiglio europeo. Poi ci saranno due anni di tempo per mettersi in regola recependo la futura direttiva. Insomma, molti lavoratori faranno prima ad andare in pensione.
Per ora ci si è limitati a definire il solito “quadro procedurale” necessario per la “promozione” di salari adeguati in tutto il territorio dell’Unione. Come poi questa adeguatezza debba essere stabilita rimane un mistero, visto che il salario minimo è pari a 332 euro al mese in Bulgaria e 2.256 euro del Lussemburgo. Ecco, basterebbe solo questo numero a raccontare le enormi difficoltà della costruzione europea, costretta a tenere insieme con regole comuni paesi con condizioni economiche così differenti.
Ma la notizia sarà comunque sufficiente a rafforzare la polemica, già in atto da giorni, che vede contrapposti alcuni partiti all’inedita alleanza imprenditori-sindacati; i primi ovviamente vogliono tenersi le mani libere, i secondi temono che la definizione di un salario minimo stabilito per legge possa diminuire l’importanza della contrattazione collettiva e quindi il loro ruolo. Non a caso il segretario della Cisl Luigi Sbarra ha detto che «il salario minimo in Italia non è utile». In un’intervista concessa a Repubblica ha spiegato poi che la direttiva Ue riguarda l’Italia fino a un certo punto, perché “L’obbligo di stabilire soglie minime di retribuzione individuate dalla legge si riferisce ai Paesi con copertura contrattuale inferiore all’80%, e l’Italia va ampiamente oltre questa soglia”.
Va detto che in Italia i lavoratori che si trovano al di sotto la soglia che si vorrebbe stabilire come paga minima oraria – 9 euro l’ora – sono molti ma non moltissimi, circa tre milioni di persone addette soprattutto ai servizi sociali e al turismo. Parliamo di una questione, insomma, che non riguarda Confindustria, i suoi soci garantiscono minimi più alti.
Ecco perché il segretario della Uil Pierpaolo Bombardieri ha proposto di usare come fonte del salario minimo non una legge ma i contratti collettivi nazionali. In pratica si estenderebbe a tutti i lavoratori, anche i “working poor”, quanto previsto dagli accordi stabiliti con i principali sindacati. Una soluzione sgradita a chi questi soldi li dovrebbe sborsare, ma pure ad alcuni partiti, M5S in testa, che vorrebbero vedere ridotto il potere di intermediazione dei sindacati. E proprio qui sta il nodo del contendere; perché i leader del Pd, che tanto speravano di aver trovato almeno un punto di vicinanza con quelli che in teoria saranno i loro alleati nelle prossime amministrative e – almeno a sentire Letta – alle politiche del prossimo anno, non possono abbandonare i sindacati. La soluzione proposta da Bombardieri è abbastanza conservativa da poter funzionare, ma l’impressione è che Conte si sfilerà ancora, in nome della “purezza” del disegno originario, che non contemplava il ruolo dei sindacati. E intanto i lavoratori che mettono insieme cinque o sei euro l’ora aspettano.

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