Papa Francesco e il caso di Federico. Il suicidio assistito del “noi”

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Cosa c’entra papa Francesco con Federico, il primo caso italiano di suicidio assistito? Certamente non l’opposizione all’eutanasia, che fa parte della dottrina cattolica e che invece, la neo-lingua “orweliano-laicista” chiama fine vita, atto di liberazione, conclusione delle sofferenze.

La posizione della Chiesa su tale argomento, infatti, è nota e scontata. Sono le reazioni negative alle frasi del papa, specialmente le ultime (che ora ricorderemo), ad essere espressione della medesima mentalità che, al contrario, ha elogiato, gioito per la scelta di Federico.
Papa Bergoglio, dato per politicamente corretto, per progressista, su temi come i migranti, la povertà, recentemente sta dando molto fastidio ai poteri forti mondiali.

Ha ribadito le posizioni dottrinali su aborto, gender ed eutanasia: dare la nostra vita a un sicario con i guanti bianchi (l’aborto), un errore della mente (il gender), e la sicura futura mattanza dei disabili, inguaribili, ma non incurabili (l’eutanasia). E sulla guerra in Ucraina, ha commesso l’errore per il pensiero unico dominante, di parlare al cuore dei potenti e degli uomini in lotta, manifestando il desiderio di recarsi a Mosca, di dichiarare di non poter e dover distinguere necessariamente tra buoni e cattivi e che in fondo, pure la Nato ha le sue belle responsabilità circa l’invasione, in quanto, da dopo la caduta del muro, ha abbaiato alle porte di Mosca.

Apriti cielo. “Il partito unico” occidentale, atlantista, liberal e radical, si è immediatamente schierato a testuggine. Ma al di là delle legittime opinioni, comprese quelle di “regime” democratico, ciò che ha colpito è il livore ideologico contro il papa, specialmente quando contesta la narrazione ufficiale imposta e obbligata.

Intellettuali, economisti, politici, editorialisti e direttori di giornali che dicono loro come deve pensare e cosa deve fare il papa. Gli stessi che magari lo applaudono quando sembra aderire ai loro schemi.
Tutto secondo le regole basilari della “società delle pulsioni dell’io”, dove ogni desiderio deve diventare un diritto, e “l’uno vale uno” è legge universale, senza risparmiare nessuno, confini, limiti, autorità, gerarchie, istituzioni, laiche e religiose.
Quella mentalità che ha scritto le pagine del fine vita di Federico. Dal papa a questo caso, c’è lo scontro, appunto tra l’“io” e il “noi”. Tre domande dobbiamo porci: la società si basa sull’io o sul noi?

Ad esempio, Palmiro Togliatti, quando lavorò per la Costituente, dal 1946 al 1948, che ha originato la nostra Costituzione, viveva more uxorio con Nilde Iotti, eppure contribuì con socialisti, cattolici e liberali, a scrivere l’articolo 29 della nostra Carta, che definisce il matrimonio istituzione naturale precedente allo Stato. Cioè, non ha concepito la Repubblica come amplificazione della sua condizione individuale, come mera certificazione dei suoi desideri e della sua libertà personale, ma ha messo al primo posto il noi: ciò che è bene per tutti, non per me.
Meccanismo opposto, la propaganda dei radicali, che da decenni utilizzano i casi individuali che suscitano emozione, vicinanza, solidarietà (modello-Tortora), per battaglie pubbliche, dimenticando che se l’operazione è efficace dal punto di vista mediatico, sovverte il diritto che si fonda sull’astrazione non sugli elementi soggettivi.

Ha ragione il papa: legalizzare il suicidio assistito, vuol dire la mattanza per i disabili, significa dare una risposta di morte sulla vita, elemento costitutivo di ogni società.
Naturalmente nessun giudizio sulla scelta personale di Federico. Ma la seconda domanda che facciamo a noi stessi è: “Cosa vuole realmente un malato terminale”? Non soffrire, non essere lasciato solo e non essere un peso per gli altri. Anche dalle ultime parole di Federico si comprende tra le righe questo messaggio. E allora, il tema si sposta al primato e al dovere di uno Stato che ha cura e che cura (non infierisce), che migliora la terapia del dolore, e si sposta alla comunità e alle famiglie affinché non lascino soli i malati.

La risposta che sicuramente darebbero i radicali e i laicisti in genere, è che Federico ha scelto liberamente, disponendo della propria vita. Al di là dei credenti che ritengono la vita un dono di Dio, la terza domanda è se noi siamo veramente liberi nelle nostre decisioni. Da giovani, se ci si chiede se in caso di sofferenze inaudite e irrisolvibili, penseremmo di mettere fine alla vita, la risposta sarebbe affermativa, ma sarebbe solo il frutto di una proiezione ideologica. Da malati, invece, saremmo disposti a qualsiasi cosa pur di non continuare a soffrire. La verità è che non siamo mai liberi e sereni nelle nostre scelte.

La questione quindi, è irrisolvibile. Il caso individuale e ciò che è bene per tutti. L’io e il noi. Sta alla moderazione e al buon senso della politica e della cultura trovare una soluzione e una mediazione equilibrate. Senza favorire le mere pulsioni dell’io che oggi chiamano libertà, senza nemmeno disumanità, accanimento terapeutico. Una soluzione urgente altrimenti sarà un esterno (lo Stato, un medico, la politica) a dirci quando la nostra vita è degna di essere vissuta.

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