Il lavoro in Italia è quello delle tre P: povero, precario e pericoloso

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Anzianotti, ansiosi e male occupati. È questa la fotografia – come sempre impietosa, senza ritocchi – scattata dall’Istat, che ieri ha diffuso gli ultimi dati sull’occupazione italiana a maggio rivelando nuovi record negativi. L’ennesima mazzata per un governo già alle prese con le incertezze sulla ripresa causate da guerra, inflazione e strascichi di un Covid che sembra non volerci proprio togliere di torno.

I crudi numeri prima di tutto: secondo la nostra agenzia di statistica a maggio abbiamo perso ben 96mila posti di lavoro a tempo indeterminato rispetto al mese precedente. Il crollo è dovuto in massima parte al ritiro dal lavoro dei neopensionati, che vengono sostituiti – solo in parte – da giovani precari o autonomi. I contratti a tempo determinato sono infatti aumentati di 14mila unità, arrivando al numero record di 3 milioni e 176 mila, il più alto dal 1977. E attenzione, quando parliamo di contratti a termine dobbiamo considerare che molti di essi – circa un terzo – ha una durata inferiore ai 30 giorni. Insomma, si parla di lavoretti, lavoro povero o meglio poverissimo. L’altro dato stabile è quello dei morti sul lavoro: rimaniamo fissi su una media di tre vittime al giorno. Il risultato finale è che attualmente in Italia risultano occupati ormai meno di 23 milioni di persone, poco più di un cittadino su tre.

Eppure il tasso di disoccupazione si ferma a un non esaltante, ma neanche drammatico, 8,3%. Il motivo? Ormai gli italiani sono talmente sfiduciati che un lavoro neanche lo cercano più, e vanno a rafforzare le schiere degli inattivi. Se i numeri parlano chiaro, la loro interpretazione come al solito desta un numero incalcolabile di interpretazioni: gli inattivi sono tali a causa del reddito di cittadinanza? Oppure di offerte di lavoro così ridicole – non si può non pensare ai 280 euro mensili offerti alla tiktoker napoletana Francesca Sebastiani per lavorare come commessa 10 ore al giorno, sei giorni su sette – che allora tanto vale restare sul divano? O ancora di una grande migrazione dei lavoratori dai posti di lavoro che il mondo post-Covid ha reso meno appetibili? Sono centinaia le storie di autisti di pullman, accompagnatori, guide turistiche, camerieri e cuochi – insomma tutto il comparto di lavoratori impegnato nell’accoglienza dei turisti – che hanno abbandonato le loro vecchie carriere per lavori più stabili o si sono messi in proprio con piccole attività. Secondo le ultime stime disponibili nel turismo – e proprio ora che siamo nella stagione estiva – ci sono ben 300mila posti a termine che risultano vacanti. Secondo il ministro del Lavoro Andrea Orlando «Il mismatch tra domanda e offerta di lavoro è ormai strutturale».

Ma qualunque risposta si voglia dare a queste domande è evidente che il problema lavoro in Italia è sempre più grave: un’economia in cui lavora una persona su tre e dove il tasso degli inattivi ha ormai raggiunto il 34% non è, alla lunga, sostenibile. Il famoso rimbalzo post-Covid, che comunque non ci ha ancora riportati ai livelli pre-pandemici non potrà mai completarsi con un mercato del lavoro così poco attraente, soprattutto ora che l’aumento dei costi dell’energia e le paure legate al conflitto hanno messo in difficoltà tante aziende.

Sarebbe bello che i partiti della maggioranza, che si baloccano con proposte esclusivamente elettorali come lo ius scholae come il Pd o minacciano passaggi all’opposizione più o meno credibili come Lega e M5S si rendessero conto che Draghi da solo non ce la fa; è ora che il governo a larghissime intese si faccia governo d’unità nazionale, altrimenti il prossimo autunno più che caldo sarà incendiario.

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