Il giorno del pregiudizio. Tutti i dubbi amletici di Draghi. Meglio il voto

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Sempre più spesso le crisi politiche, i risultati elettorali, le lotte interne ai partiti, specialmente con l’affermazione religiosa dei social, si trasformano in psicodramma, oscillanti tra la telenovela e la tragedia greca. E naturalmente, tutto si svolge nel perimetro, nella bolla della mediaticità, della realtà virtuale. Solo che gli effetti li pagano i cittadini sulla loro pelle.

Oggi assisteremo alla verità o all’ennesima recita, condita di parole vuote, che vengono puntualmente smentite?
Leggiamo i dubbi amletici di Draghi, non dal punto di vista politico, ma appunto psicologico.
Lui è un uomo dei poteri forti globalisti, esprime geneticamente la capacità, la competenza, ovviamente circoscritte al dato tecnico, in questo caso l’ambito bancario, finanziario, con l’impronta ideologica che ne consegue (élite o caste che eterodirigono i popoli), e nello stesso tempo i limiti.

Primo, non ha visione generale, qualità che sulla carta dovrebbe attenere alla politica (certamente non all’attuale, estremamente mediocre), e si sta vedendo quando è costretto a risolvere argomenti che non fanno parte del suo mandato (l’esecutivo dei migliori è nato per gestire l’emergenza pandemica, i soldi del Recovery, non la crisi economica, la guerra, il caro-bollette, l’inflazione, lo spread, le conseguenze delle sanzioni, lo ius scholae, la cannabis etc); secondo, manifesta un nemmeno malcelato disprezzo mentale per le regole e le dinamiche della democrazia rappresentativa, cuore del parlamentarismo. E in effetti, nel nome dell’emergenza si è divertito a bypassare Camera e Senato (si limita a comunicazioni napoleoniche), al punto che gli italiani non votano più, perché ritengono le loro scelte inutili, e l’Italia è di fatto commissariata. Il premier concepisce il suo potere e il Consiglio dei Ministri come un Cda, l’ultima forma residuale di fascismo, o di direttorio reale, che sono rimaste nella società.

L’impresa non è e non può essere democratica. Altrimenti fa flop. E per Draghi ogni paese è un’azienda.
Detto questo, non può passare per un qualsiasi politicante che cambia opinione, parole, comunicazione, a seconda del vento e delle convenienze momentanee.
E poi, conoscendolo, non può accettare di essere messo in discussione da Conte e i suoi, che considera inferiori, come tutti. Lui è stato incoronato da Mattarella, dai partiti e dal mondo economico e imprenditoriale, come nuovo salvatore, risorsa della patria, riserva della Repubblica. Non può scivolare a rango di piccolo uomo che, per restare alla poltrona, si accontenta di formule opposte e contrastanti, esattamente come ha fatto Conte1-2-3.
E infatti, i suoi supporter di destra e sinistra, sindaci compresi, si sono scatenati a incensarlo retoricamente per incoronarlo di nuovo.
Né può rimangiarsi la parola e cioè, che il suo governo non esiste senza grillini. Per lui e per il Pd, pur disponendo ancora di numeri maggioritari, sarebbe una iattura: l’asse politico spostato a destra. Con Salvini e Berlusconi che ridono e monetizzano.

Potrebbe in extremis riconsiderare le sue dimissioni, per amor di patria e di Quirinale, o di Onu, o di Nato o di Banca mondiale, ma la posizione-tranello di Fi e Lega (andiamo avanti senza Conte), ha ulteriormente complicato le cose.
Perché i partiti che tanto lo amano, come dice Adinolfi, non lo candidano alle elezioni? Se sono tanto sicuri dell’uomo e delle sue ricette ….
Il tema è proprio quello, hanno paura del voto. Che il fronte anti-Draghi, anti-sistema, anti-Biden, anti-Green Pass, travolga un Palazzo che vuole stare attaccato sine die alle poltrone e all’ Ancien Regime.

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