Voto. Quali programmi devono avere destra, sinistra e antagonisti

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Al di là delle lotte interne ed esterne per avere più voti, si chiama in gergo posizionamento della comunicazione, totalmente condizionato dalle leggi marketing, anche la stesura dei programmi, attualmente in via di compilazione, risponde alle medesime logiche.

Quando in tv, presso i social, su tutti i cartacei, si legge “agenda Draghi”, “agenda sociale”, “campo largo”, “campo giusto”, con i grillini, senza i grillini, dimaiani compresi; oppure dall’altro versante, si pretende chiarezza sulla premiership, o sul 50% di collegi al partito che arriva primo, comunemente il giudizio è negativo, perché si ritiene che tali diatribe facciano parte di risse o egoismi individuali dei leader. Invece, è strategia mirata a negoziare. Anche qui, posizionamento politico. E comunicazione relativa.

Ma le idee, al netto delle ideologie, restano idee. E ancora una piccola differenza tra le parti esiste e resiste.
Se il fronte “anti-Draghi” è coperto da quel gruppo di neo-soggetti appena formatisi, con il cruccio dello sbarramento, come Italia sovrana e popolare (Rizzo, Toscano, Ingroia), Italexit (Paragone) e Alternativa per l’Italia (Adinolfi e Di Stefano), con buone ambizioni di intercettare quel 50% di cittadini estranei al voto, perché fortemente critici nei confronti della dittatura sanitaria, della gestione etica della pandemia, del Green Pass e della politica internazionale sull’Ucraina; il centro-destra dovrebbe evitare di sovrapporsi a loro, magari “sbianchettando” posizioni scomode durante quelle fasi, ancora non superate, tanto per rifarsi un’ipocrita verginità e acciuffare qualche voto dell’area no-vax.

Fi, Lega e Fdi in primis, dovrebbero trovare un reale minino comune denominatore, tanto la gente sa benissimo che si tratta di un matrimonio formale, visto che i tre partiti sono sempre stati divisi e torneranno a dividersi. La stessa campagna elettorale dentro il polo è già partita all’insegna della divisione e della reciproca diffidenza.
E allora se la contaminazione draghiana ha prodotto qualche effetto, i punti qualificanti dello schieramento potrebbero essere economia, tasse, lavoro, sicurezza. Battaglie che possono unire Meloni, Berlusconi e Salvini, senza fastidiosi e perniciosi distinguo. Non fossilizzarsi su Green Pass sì, Green Pass no.

Certo, Fi sta vivendo un momento di crisi e chiarezza. Di crisi, per le continue emorragie (Brunetta, Gelmini e Carfagna), di chiarezza, perché il liberal-laicismo è giusto che trovi casa a sinistra. Fdi dovrebbe fare un salto di qualità: non ripetere un anticomunismo e un atlantismo anni Settanta ormai superato. Solo la Lega al momento, sembra aver ritrovato la quadra, dopo la “sindrome del Papeete” che l’ha colpita e la nefasta strategia di lotta e di governo che ha penalizzato Salvini.

Il centro-sinistra, dal canto suo, non deve inseguire il sogno ulivista con diverse parole. Convergenza al centro che oggi si chiama “agenda Draghi”.
Un liberismo di destra, alleato dei poteri forti, con verniciature sociali è la copia del capitalismo assistito che ha stabilizzato per decenni la prima Repubblica.

E poi, che significato può avere un’agenda Draghi senza Draghi? E’ come infierire sul capezzale del morto. A meno che, col Rosatellum dopo il 25 settembre, non si trovi una maggioranza stabile e si ripeta il film che ha preceduto il governo gialloverde.
Dopo Letta, arrancano Conte e l’estrema sinistra. Già le dichiarazioni del segretario dem e il neo-logo di ecologisti e neo-post-comunisti, la dicono lunga sulla confusione che alberga e sulla paura di sparire.
Anziché replicare lo schema Dc di sinistra, Letta dovrebbe impegnarsi a individuare terreni che abbiano un senso per la tradizione sinistra. Cioè, un nuovo Welfare, il ritorno alla difesa degli ultimi e non dei primi, dei garantiti, e l’inclusione sociale. Non quel partito radicale di massa che l’ha snaturato.

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