Calcio e magliette, si torna alla tradizione. Ma finora è stata anarchia cromatica

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Inter, Juventus e Milan sono tornate alle strisce più o meno simmetriche, il Napoli ha ripreso convintamente l’azzurro, il Torino un granata più vivo che mai, la Roma un giallorosso sgargiante. Insomma, per il campionato imminente sembra che gli sponsor tecnici, dopo anni di anarchia cromatica, abbiano deciso di riproporre casacche in linea con la tradizione. Ma nel mondo capovolto del pallone, condizionato sempre di più dalle politiche commerciali, negli ultimi anni non è stato così perché le multinazionali dell’abbigliamento sportivo sono spudoratamente andate vicino al limite della decenza calpestando, col beneplacito dei presidenti, la poetica dei colori dei club.

Si deve a Patrick Vieira una bella immagine, che spiega quanto sia impegnativo indossare una maglia, soprattutto se blasonata: «Non sono io a portare la maglia: è la maglia che porta me». Bello, ma il concetto spesso è stato ribaltato. Nel florilegio di colori perpetrato sulla prima e sulla seconda maglia e nella sperimentazione estrema della terza, è il giocatore che porta la maglia. Tanto, una vale l’altra.

Eppure, l’origine dei colori delle squadre, innestata da una rigorosa sintassi araldica, ha tenuto storicamente conto, dell’appartenenza sociale, politica e geografica e della religione.

Nel mare magnum della rete si pescano a caso l’azzurro del Torino e il nero della Sampdoria, l’arancio del Newcastle e il viola del Liverpool, il glicine del Manchester City, il nero antracite (o forse ebano) della Roma.

Alcune stagioni or sono fu il Napoli a sorprendere con una sconcertante maglietta mimetica. Il fiuto per gli affari di Aurelio De Laurentiis è proverbiale e quindi gli (ex) azzurri indossarono per le gare di coppa una vistosa maglietta camouflage cavalcando la moda lanciata dall’eccentrico Lapo Elkann, che un bel giorno si presentò in una Ferrari in livrea militare.

Non va dimenticato, tuttavia che le prime pulsioni riformatrici si manifestarono pericolosamente nei primi anni ’80 proprio in Italia, con l’affrancamento degli sponsor dalla subalternità ai club. Apparvero gli stemmi e cambiarono le maglie. Fiorentina e Lazio furono le antesignane di questa sperimentazione: i toscani si presentarono con una improbabile maglia viola bordata di rosso, mentre la Lazio adottò una grande aquila stilizzata sul petto. In quel periodo, l’Hull City salì agli onori della cronaca sportiva per aver scelto una maglia che riproduceva, pari-pari, le sfumature di un parquet. Fortunatamente il fenomeno non prese subito piede, ma fissò i presupposti per il liberismo cromatico che governa quest’epoca.

Un bel libro, che vale la pena di segnalare, intitolato «Tutti i colori del calcio», ricorda che «la scelta dei colori delle casacche e le regole che la governano hanno origine nel linguaggio cromatico della battaglie medievali, di cui a sua insaputa il calcio è la più stupefacente interpretazione moderna». È stato così fino a quando il carrozzone del calcio continentale non si è piegato alle regole, queste sì ferree e ben remunerate, del merchandising.

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