Elezioni. Diamo i voti a Meloni, Conte, Carfagna, Calenda. Pollice su, pollice verso

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La campagna elettorale è entrata nel vivo. Già da giorni le parole dei leader scesi in campo hanno tantissimi obiettivi: segnali interni, esterni, rivolti agli elettori vecchi e da conquistare, strategie di disturbo verso gli altri, veti incrociati, messaggi in codice, felicità per alleanza ottenute, rabbia per alleanze abortite.

Giorgia Meloni, per uscire dalla demonizzazione fascista, perpetuata ossessivamente dalla sinistra, dai media e dagli intellettuali di parte, ha impostato una comunicazione a volte forte, a volte rassicurante.
Su “Libero” rassicura i moderati: “L’Italia guidata da Fdi sarà affidabile all’estero. Saremo i garanti della collocazione occidentale e del sostegno all’Ucraina. Da noi nessuna polemica con gli alleati”.
Tradotto: la destra patriottica e conservatrice non si farà mettere all’angolo, non c’entra nulla con l’anti-atlantismo e il filo-putinismo; non si identifica con l’estremismo, posizione che fa molto comodo sia a Pd e soci, ma in primis, agli alleati “amici-nemici” (Fi e Lega), che hanno tutto l’interesse a inchiodare Fdi all’ala estrema dello schieramento. Quel “nessuna polemica con gli alleati”, sa di avvertimento dentro il Cdx, riferito alla conduzione della campagna elettorale e sa di gioco preventivo per Palazzo Chigi.

Conte poi, alle prese con i grillini “fratelli-coltelli” e fuoriusciti, con il diktat di Grillo (il secondo mandato), evoca il “Polo Giusto, il Campo Giusto”. Messaggio assonante con il campo di Letta, diventato, senza il Movimento, un campetto, considerando la debolezza elettorale di Di Maio (i sondaggi sono chiari), e l’inaffidabilità degli aspiranti e presunti alleati (Calenda e Renzi, Leu etc).

Se quello del Pd è un “campo sbagliato”, quello di Conte aspira quindi, ad essere il “campo giusto”. Peccato che dovrà correre in solitudine e collocarsi all’estremità della sinistra. Che sia un ritorno alle origini? Ma Conte non è di Battista, non ha il fisico.

Velenoso l’azzurro Giorgio Mulè: “Chi lascia Fi cerca solo un seggio”. Primo dubbio amletico: per caso qualcuno non cerca un seggio, specialmente dopo la riduzione dei parlamentari (400 deputati e 200 senatori)? Secondo dubbio: Fi non potrà più garantire posti al sole? Quello di Mulè è il riconoscimento del tramonto berlusconiano?

Calenda, moderato, sta impostando una campagna violenta: da estremista di centro. Rivoluzionario dentro lo status quo: “L’obiettivo è la non vittoria del centro-destra”. Siamo tornati ai governi della non sfiducia della prima Repubblica. Come dire, non ti amo ma ti confermo il mio non disamore. Scherzi a parte, la politica dovrebbe essere pro, non contro. Ma il centro-sinistra e la sinistra sembrano non liberarsi della “sindrome di Voltaire”: la pretesa religiosa di incarnare il bene, la democrazia, la giustizia, l’etica, la morale etc.

Il 28 luglio, dopo faticose trattative e momenti convulsi, il centro-destra ha raggiunto la quadra, con l’incontro romano: “Chi ha più voti indica il premier”. Non c’è niente di più sorprendente del banale. A meno che, sotto sotto, il Cdx non voglia recuperare quel po’ di Dna presidenzialista mai abbandonato. Ma certamente, non è come vorrebbe apparire, un elemento di chiarezza e trasparenza verso gli elettori. Le sorprese dopo il voto non mancheranno. Vedrete che Meloni, Berlusconi e Salvini indicheranno un papa straniero.

Interessante e sintomatico il giro di valzer della Carfagna. Nasce a destra, poi va con Fi, ora “scelgo Calenda per salvare il paese dagli estremismi e spero in Draghi”. Conversione speculare a Di Maio, campione storico del populismo, il quale fondando Insieme per il Futuro, ha detto “mai più populismi”.

La domanda sorge legittima: ma la Carfagna in quale centro-destra stava e in quali valori credeva? Poteri forti, lobby internazionali, commissariamento della politica, simpatie per il laicismo? Allora forse solo oggi è coerente. Altra domanda: come si troverà con i nuovi compagni di strada, molto poco di strada (visto l’ambiente fighettino di Calenda) e molto più compagni (viste le alleanze in fieri)?
Ultime chicche: Calenda pare rompa con il Pd, e allora Renzi ha alzato subito il tiro: “Con noi nel terzo polo”. Quello di centro? Ma il terzo polo non era quello di Conte?
Nei prossimi giorni Lo Speciale passerà a monitorare “scientificamente” Letta.

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