Voto. Da destra a sinistra colpiscono divisi ma governeranno uniti. Regia Quirinale

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Da oggi in poi, alleanze riuscite o meno, dichiarazioni di rottura o di pace, polemiche e riappacificazioni, saranno tutte esclusivamente strategiche.

Si chiama posizionamento della comunicazione; fondamentale per il brand elettorale che i partiti intendono occupare, consolidare o conquistare andando a invadere terreni altrui.
Pertanto, i messaggi via social, televisivi, giornalistici che ci stanno già invadendo e che ci invaderanno in futuro, non vanno assolutamente presi alla lettera. Vanno decriptati, decodificati.

Da quando è partita la campagna per il 25 settembre, con la caduta di Draghi, assistiamo, infatti, sostanzialmente a due guerre, una esterna, l’altra interna: la prima, vede schierati l’ipotetico solo mediatico centro-destra, “contro” l’ipotetico solo mediatico centro-sinistra. La seconda, è la guerra civile “dentro” l’ipotetico solo mediatico centro-destra e “dentro” l’ipotetico solo mediatico centro-sinistra.

Posto che tali definizioni (destra-sinistra) abbiano ancora un senso. Lo abbiamo visto alle scorse amministrative: poli spappolati, smembrati non solo dall’avanzare imperioso delle liste civiche, ma soprattutto dai movimenti e sommovimenti dei centristi, vecchi (cespugli cattolici, moderati alla Toti, Brugnaro, Mastella e cespugli ulivisti), e centristi nuovi (Renzi, Calenda), che hanno sparigliato i castelli di Letta e in alcuni frangenti pure alla triade Berlusconi-Salvini-Meloni.
Gli stessi neo-centristi che al momento dominano la cronaca politica, fino a ieri eternamente in bilico tra alleanza (col Pd) e corsa solitaria.
Ma pure ciò non illuda le persone: è un inganno.

Ogni narrazione è finalizzata al consenso: per ottenere più voti. Quello che in pochi considerano, è che in presenza del Rosatellum, ciascun partito farà una propria partita, in contrasto apparente col mondo, tanto le scelte si faranno dopo. E ciò grazie al rapporto tra la quota proporzionale e la quota maggioritaria.
La Meloni farà la sovranista-conservatrice. Salvini condurrà, come sta già facendo, una campagna all’insegna di tutto lo scibile demagogico e populista, promettendo agli italiani mari e monti. Berlusconi sarà il moderato, liberale, garantista, europeista, cristiano, capace, solo lui, di federare il centro-destra e renderlo più credibile agli occhi Usa e di Bruxelles (il pericolo Meloni-Le Pen).
Tutto studiato, tutto un gioco delle parti. Poi, se vinceranno alle urne si metteranno insieme, e dovranno trovare necessariamente una sintesi “meccanica” (un film già visto). Col timore che vinceranno, ma non governeranno (un film già visto).

Medesimo discorso per la sinistra. Non illudano le rivendicazioni “autonomistiche” di Renzi, Calenda e soci. Pur avendo sottoscritto un accordo con Letta (nell’uninominale, 70% dei collegi al Pd e 30% ad Azione), il trucco sarà appunto, intercettare il massimo dei consensi nella quota proporzionale, toglierli a destra e a manca, tanto poi, dopo il voto confluirà nel campo alternativo del Pd, orfano del campo con i grillini. Campo postumo.
Proviamo ora a immaginare il peggiore scenario possibile: il centro-destra, numericamente prevale, ma non ha i numeri per governare. Si ribalta il quadro politico: Renzi, Calenda, Letta, pur avendo preso i voti singolarmente, come detto, si metteranno insieme. Matrimonio postumo.
E diranno che la governabilità è un servizio per il paese. Tanto abbiamo già visto i governi di cani e gatti (gialloverdi e giallorossi). Tanto, se qualcuno se lo fosse dimenticato, il potere reale ce l’ha il Capo dello Stato. E la nostra è una Repubblica parlamentare. Nel bene e nel male.

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