Draghi “snobba” Amatrice ma non l’influente Cl

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Bagno di folla per Mario Draghi ieri al meeting di Rimini. Il premier è stato accolto con tutti gli onori dal popolo di Comunione e Liberazione al grido di “Grazie Mario, viva Draghi”.

Scrive in proposito l’Ansa: “Draghi ha attraversato la sala centrale della fiera di Rimini, piena di persone che hanno segnato tutto il breve percorso con un continuo applauso”. Una benedizione in piena regola dunque per il Presidente del Consiglio da parte di quella che viene definita “la lobby di Dio”, proprio nel giorno in cui l’assenza del premier si faceva invece avvertire chiaramente ad Amatrice dove erano in corso le commemorazioni per il sesto anniversario del terremoto. 

Nei giorni precedenti il sindaco di Amatrice Giorgio Cortellesi aveva denunciato l’assenza delle Istituzioni alle manifestazioni del ricordo, visto che a rappresentare il governo ieri c’era soltanto il ministro Messa, quasi a testimoniare come ormai il dramma delle popolazioni devastate dal sisma dell’agosto 2016 e tuttora in attesa di ricostruzione, non sia più una priorità.

Draghi ha preferito evitare il confronto con un popolo deluso da anni di promesse mancate e ha scelto il meeting di Rimini sapendo perfettamente che ben altra accoglienza gli sarebbe stata riservata da un mondo, quello di Cl, che sin da subito lo ha visto come “l’uomo della Provvidenza”, il “salvatore della patria”, tributandogli grandi onori.

Ha preferito gli applausi scroscianti dei ciellini, a quelli forse più tiepidi degli amatriciani che difficilmente gli avrebbero gridato “Grazie Mario, viva Draghi”; anzi, probabilmente gli avrebbero chiesto conto per i ritardi della ricostruzione. Meglio quindi stare al sicuro, sotto l’ombrello protettivo di un’organizzazione potente, influente e amica, che in mezzo alla gente.

E così Draghi ha potuto lodarsi davanti ad una platea che sapeva perfettamente essergli favorevole e dalla quale non avrebbe mai ricevuto fischi e contestazioni. Ha potuto così dichiarare senza alcun contraddittorio che “sembravamo avviati verso una ripresa lenta e incerta, a 18 mesi di distanza possiamo dire che non è andata così: gli italiani hanno reagito con coraggio e concretezza e hanno riscritto una storia che sembrava già decisa. Insieme abbiamo dimostrato che l’Italia è un grande Paese che ha tutto quello che serve per superare le difficoltà che la storia ci mette davanti”. Peccato che il popolo italiano sia in realtà sempre più deluso e sfiduciato come si evince chiaramente dall’elevato tasso di astensionismo che si registra ad ogni tornata elettorale. Al punto che il premier si è sentito pure in dovere di lanciare un appello ad andare a votare il 25 settembre, proprio lui che commissariando la politica ha di fatto certificato l’inutilità del Parlamento.

E sul prossimo governo ha detto: “Mi auguro che chiunque avrà il privilegio di andare al governo saprà rappresentare lo spirito repubblicano che ha animato dall’inizio il nostro esecutivo. La credibilità interna deve andare di pari passo con quella internazionale. L’Italia è paese fondatore di Ue, protagonista del G7 e della Nato. Protezionismo e isolazionismo non coincidono con il nostro interesse nazionale”. Il tutto richiamando “le illusioni autarchiche del secolo scorso”. A Salvini e Meloni saranno fischiate le orecchie? Forse anche a Conte?

Poi, come già fatto il giorno precedente dal ministro degli Esteri Luigi Di Maio, è tornato a chiedere alla Ue di fissare un tetto massimo al prezzo del gas, ammettendo però che “alcuni paesi continuano ad opporsi perché temono blocchi delle forniture. Ma i limiti di questa posizioni sono evidenti: l’Ue si trova con forniture incerte e costi aumentati. Nel prossimo consiglio europeo sarà presentata una proposta dalla commissione”.

Ci sarebbe da ricordare tutte le volte che l’Europa ha promesso aiuto all’Italia lasciandola puntualmente nei guai (vedi l’immigrazione) e di come appunto la proposta italiana sul tetto massimo al prezzo del gas sia difficilmente attuabile. Ma il monologo del premier è andato avanti con tanto di richiamo a Papa Francesco sulla guerra in Ucraina e sulla necessità di una pace “duratura e sostenibile”.  Peccato soltanto che l’Italia in questi mesi non abbia fatto altro che andare dietro alle provocazioni degli Stati Uniti nel sostenere l’invio delle armi a Kiev, l’allargamento della Nato e nell’alzare i toni nei confronti della Russia, come ha fatto ripetutamente Draghi mettendo a rischio gli interessi energetici nazionali.

Ma nessuno ovviamente si è sognato di contestare il Presidente del Consiglio facendogli notare le molte contraddizioni di questi mesi di governo. Nemmeno quando i suoi attacchi al sovranismo sono risultati stonati con il gradimento dimostrato il giorno prima verso Giorgia Meloni, tanto da far scrivere ai giornali che “Cl tifa Meloni”. Sono i ciellini a non avere le idee chiare o forse è la Meloni che nel tentativo di accreditarsi ovunque ha finito per apparire “più draghiana di Draghi”? 

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