Il vero avversario della Meloni? È rimasto solo il partito dei Gufi

mercoledì, 31 Agosto 2022
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Non ci credono più, né Enrico Letta né Carlo Calenda, alla possibilità di battere (o a non far vincere) Giorgia Meloni e il centrodestra il 25 settembre. In queste settimane che precedono il voto, tutti i leader hanno certo l’obbligo di onorare il loro impegno con le rispettive basi elettorali e militanti, ma i pensieri generali sono rivolti al dopo elezioni.

Il più sincero e autentico è, come sempre, il leader di Azione, il quale profetizza che il probabile governo Meloni durerà al massimo sei mesi. Dopodiché entreranno in campo i soliti “responsabili”, che sbucheranno dai banchi parlamentari per scongiurare il temuto (ma da qualcuno auspicato) disastro nazionale. Si assisterà quindi allo spariglio politico generale e Mario Draghi tornerà, come un antico deus ex-machina, a presiedere l’ennesimo governo tecnico di emergenza nazionale.

Calenda, nel suo candore, non se ne è accorto ma in questo modo si candida a diventare il leader, non del Terzo Polo, bensì del partito dei Gufi, il partito che scommette sulle disgrazie nazionali per tornare a governare. E già, perché il partito dei Gufi non è in realtà che il partito delle vecchie nomenklature e dei vecchi apparati che temono il cambio di sistema, vale a dire il reset generale dell’assetto di potere.

E, al partito dei Gufi, appartiene in fondo anche Enrico Letta, che prevede sfracelli e sciagure nel caso in cui dovesse vincere il centrodestra e che sarebbe il primo ad accorrere per appoggiare un eventuale governo Draghi 2.

Che speranze ha questo partito dall’umor tetro? Non molte, per la verità. La bufera economica che si profila per l’autunno (bollette da panico, redditi falcidiati dall’inflazione, ecatombe di piccole e medie aziende) richiederà in realtà una atto straordinario di coesione nazionale. Il che vuol dire che il sistema Paese dovrà necessariamente far quadrato intorno al governo che uscirà dalle urne, indipendentemente da quello che sarà il suo colore politico e indipendentemente da chi lo presiederà.

Anche gli “avvertimenti” che arrivano da oltre confine potrebbero essere rivolti, non solo alla maggioranza prossimo-ventura, ma anche all’opposizione. Così ad esempio un recente, triste articolo del “Financial Times”, il quale ci ha recentemente informato del fatto che ci sarebbero 39 miliardi di euro puntati contro l’Italia: questa infatti sarebbe la massa di manovra già allestita dai fondi speculativi contro il nostro Paese. Il non detto di questa notizia è che la speculazione anti-italiana potrebbe esplodere solo in caso di instabilità politica. Chi allora avrebbe il coraggio di far cadere un governo appena insediato in piena emergenza economico-finanziaria?

In realtà, i mercati sono in attesa. E vogliono vedere le carte del centrodestra di governo. I “consigli” che arrivano in queste settime all’Italia sono del resto piuttosto neutrali. «Trasferimenti ai consumatori per sostenere le spese, tagli alle tasse delle piccole imprese, investimenti nelle infrastrutture»: è quanto ad esempio Allen Sinai, uno dei “guru” più ascoltati di Wall Stret, raccomanda al prossimo governo italiano. Non è poi tanto diverso da quello che il centrodestra si propone di fare.

Giorgia Meloni ha capito l’antifona e non a caso accusa Calenda e Letta di danneggiare l’Italia. Utilizza, accortamente, il linguaggio di un presidente del Consiglio in carica invece che il frasario propagandistico di un capo fazione.

Altri proiettano i problemi per il probabile governo Meloni tra due o tre anni. È quello che, tra gli altri, prevede Paolo Mieli. Secondo l’ex direttore del “Corriere della Sera”, verso la metà della prossima legislatura si potrebbero risvegliare i “responsabili” eventualmente annidati tra i parlamentari della nuova maggioranza. Mieli ritiene di averne già individuati alcuni tra le pur “blindatissime” candidature del centrodestra. Potrebbero far cadere il prossimo governo, magari con l’appoggio di una istituzione “terza”. Chi? Non potrebbe essere altri che il capo dello Stato.

Ma, anche su questo fronte, la Meloni pare già pronta ad avviare un fuoco di sbarramento. Un avvertimento al Colle a non fare scherzi , né oggi né domani, è la sua riaffermata certezza che Mattarella sarà obbligato a conferirle l’incarico di formare un governo in caso  di vittoria del centrodestra e di successo di FdI.

Giorgia si sta peraltro già muovendo sul fronte delle nomine all’interno dei grandi organismi pubblici. A partire dal governatore della Banca d’Italia, carica in scadenza nel 2023 e quindi nel pieno della navigazione del prossimo governo.

Forse il partito dei Gufi è rimasto un po’ indietro. Le passate vicissitudini del centrodestra e l’incredibile serie di occasioni perse per ingenuità o inesperienza avrà pure insegnato qualcosa a Giorgia Meloni e alla sua squadra. Contro i Gufi non servono gli scongiuri ma solo un po’ di lucidità e di esperienza.

 

 

 

 

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