VOTO 2, disastro Pd. I troppi errori di Letta e i dubbi sul futuro

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A sinistra c’è chi piange lacrime amare e si prepara a lasciare il campo.

Piange senza dubbio il Partito Democratico che non riesce nemmeno a raggiungere il 20% e si trova staccato di gran lunga da Fratelli d’Italia. E naturalmente dalle parti del Nazareno si respira già aria da resa dei conti. La strategia di Enrico Letta si è rivelata fallimentare, contraddistinta da una serie di clamorosi errori.

Il primo, forse il più grave, aver scelto la contrapposizione frontale con Giorgia Meloni, quasi personalizzando la sfida e trasformandola non in un confronto politico, ma quasi antropologico: il bene contro il male, la libertà contro il fascismo, l’atlantismo contro il putinismo, l’europeismo contro il sovranismo, il bianco contro il nero, quando poi su politica estera, collocazione internazionale dell’Italia, sanzioni alla Russia, armi all’Ucraina, le posizioni erano le stesse. Anziché presentare ricette economiche su come aiutare gli italiani a superare la crisi energetica e a pagare le bollette, Letta non ha fatto che parlare di Putin e di Orban pensando forse di spaventare gli italiani e convincerli che con la Meloni al governo ci saremmo ritrovati i cosacchi di Putin alle porte di Roma. Comunicazione inadeguata e per certi versi anti-storica.

Fallimentare anche la comunicazione più strettamente ideologica. Partito come alfiere dell’agenda Draghi al punto da aver chiuso a doppia mandata le porte ai 5Stelle colpevoli di aver provocato la crisi di governo, per tenere tutti dentro, da Più Europea alla sinistra più estrema di Fratoianni e Bonelli, Letta ha proceduto a zig zag, cercando di sviare le contraddizioni e rigettandole maldestramente nel campo avverso. Ma era lui ad essere in contraddizione con se stesso nel momento stesso in cui si trovava a condividere un programma di governo formalmente ispirato all’agenda Draghi, con chi quell’agenda l’aveva sempre contrastata. Fino al colpo di teatro degli ultimi giorni, quando forse per tranquillizzare l’elettorato moderato infastidito dalla presenza del partito dei No a tutto (No ai termovalorizzatori, No ai rigassificatori, No alle infrastrutture, No alla Nato) Letta ha dichiarato che Bonelli e Fratoianni non sarebbero stati al governo. Ma allora perché ci si è alleato? Solo per fare numero e battere la destra? Ma è credibile una proposta del genere?

Anche la politica delle alleanze poi è stata confusa e contraddittoria. Il segretario del Pd è sembrato agire all’insegna dell’improvvisazione e del dilettantismo. Prima ha corteggiato Calenda per dividerlo da Renzi e quindi isolare definitivamente Italia Viva, poi quando il leader di Azione lo ha messo davanti ad un bivio, o noi o Fratoianni, per paura di entrare in rotta di collisione con l’ala sinistra del partito, leggi Bettini, ha tentennato convinto che fosse Calenda a cedere e a digerire la sinistra ambientalista. Ma Calenda non soltanto non ha ceduto, ma rompendo l’accordo elettorale in precedenza siglato, ha di fatto smascherato Letta dimostrando che il suo vero obiettivo non era la governabilità coerente all’insegna della tanto sbandierata agenda Draghi, ma soltanto quello di mettere in campo “un’armata Brancaleone” senza né capo né coda, da Di Maio a Bonelli passando per la Bonino, per battere la Meloni e impedirle di governare.

Infine sempre Letta, che per tutta la campagna elettorale non ha fatto che denunciare le interferenze russe sul voto italiano e le presunte connivenze del centrodestra con il regime di Putin (peccato che la Meloni si sia rivelata molto più convincente di lui in fatto di filo-atlantismo e anti-putinismo) è corso a Berlino a cercare la sponsorizzazione dei Socialdemocratici al potere, ovviamente all’insegna del trito e ritrito allarme antifascista. Ma alla fine agli italiani non piace essere sudditi di nessuno, dei russi (ma nessuno del centrodestra è volato a Mosca) e nemmeno dei tedeschi.

Insomma, un fallimento su tutti i fronti che ora probabilmente costerà caro al segretario. Nel Pd come detto tira aria da resa dei conti e c’è già chi parla di dimissioni di Letta. All’orizzonte si prefigura l’ennesimo congresso che dovrà ridefinire leadership e alleanze politiche.

Nel centrosinistra c’è chi accusa Letta di aver favorito la vittoria della destra chiudendo le porte all’alleanza con il Movimento 5Stelle e sottovalutando le capacità di rimonta di Giuseppe Conte. Sarà proprio dal rapporto con i 5Stelle e con le altre forze di opposizione che si giocherà la nuova strategia del Pd. Ma non sarà certamente Letta a determinarla, lui al massimo farà il traghettatore in vista del prossimo congresso.

Ma chi si prenderà l’onere di guidare il partito? In queste ore il nome più gettonato è quello del Presidente dell’Emilia Romagna Stefano Bonaccini ma potrebbe non essere l’unico in campo visto che sarà innanzitutto fondamentale capire in che direzione si vorrà andare. Verso i 5Stelle, spostando quindi il baricentro più a sinistra, o verso il terzo polo caratterizzandosi sempre più come forza di centro?

 

 

 

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