Congresso Pd: De Micheli parte per prima, ecco i nomi in ballo

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Nel Partito Democratico c’è già la prima candidatura ufficiale per la corsa alla segreteria. Si tratta di Paola De Micheli ex ministra dei Trasporti e già vice segretario con Nicola Zingaretti. Negli ultimi mesi è stata molto vicina al segretario dimissionario Enrico Letta, ma la sua al momento appare una decisione autonoma, una sorta di risposta alla vittoria di Giorgia Meloni.

Un segnale forte e chiaro per dire che anche il Pd deve essere donna. De Micheli ha già tracciato anche un profilo del suo modello di partito con al centro i militanti troppo spesso dimenticati. “Durante il congresso – ha spiegato – la domanda chiave dovrà essere ‘chi siamo’ e quindi il momento della decisione sulla successione non può diventare una scelta di figurine o un concorso di bellezza. Neanche possiamo stare a discutere di Conte sì o Conte no, perché un partito non in salute non guarisce con le alleanze. Mi aiuteranno figure che stanno sul territorio, abituate a parlare con la gente”.

Previsto inizialmente per marzo, il congresso del Pd alla luce del disastro elettorale sarà con ogni probabilità anticipato, ma non prima di gennaio visto che ci vorranno almeno tre mesi per completare l’iter previsto dallo statuto che prevede la selezione dei candidati delle varie mozioni congressuali e la discussione delle stesse nei circoli territoriali. Anche se tutti parlano di un partito sostanzialmente da rifondare, è chiaro che il dibattito si incentrerà maggiormente sulle alleanze perché, come hanno chiaramente dimostrato queste elezioni, senza alleati il Pd non ha la possibilità di competere con il centrodestra. Quindi il fulcro del dibattito congressuale sarà il rapporto con il Movimento 5Stelle di Giuseppe Conte che quasi sicuramente diventerà il motivo di scontro fra le mozioni in campo.

L’idea che a guidare il Pd possa essere una donna sta prendendo piede nelle ultime ore alla luce del quasi scontato ingresso di Giorgia Meloni a Palazzo Chigi. Ma il nome femminile più gettonato sembra quello di Elly Schlein, vicepresidente dell’Emilia Romagna, già europarlamentare, volto giovane dei dem, estranea ai giochi correntizi essendo per altro stata eletta come indipendente, proveniente dagli ambienti della sinistra studentesca, impegnata nella difesa dell’ambiente e soprattutto dei diritti civili al fianco del mondo Lgbt. Il suo nome sembra trovare il plauso della sinistra del partito, ma non quello dei moderati che la considerano appunto troppo “estremista”. Del resto la Schlein lasciò il Pd nel 2016 in forte polemica con Matteo Renzi, accusando l’ex segretario e premier di aver spostato il partito su posizioni di destra, specie con riferimento alla riforma del Jobs Act. Sarebbe quindi un’ottima pontiera con il Movimento 5Stelle, ma proprio per questo non piace a chi non desidera affatto un futuro centrosinistra con Conte e company e guarda invece in direzione dei centristi, leggi Renzi e Calenda.

Ma come detto lo scontro è aperto. Altro nome molto quotato è quello del governatore dell’Emilia Romagna Stefano Bonaccini che nelle ultime ore ha però frenato su una sua possibile candidatura. Ma il nome più forte resta il suo, anche considerando che in Emilia il Pd ha mantenuto il primato elettorale, unica regione di sinistra a non aver visto avanzare Fratelli d’Italia a discapito dei dem. Da un lato Bonaccini frena, non dando per scontata una sua candidatura, ma dall’altro sembra lanciare la sfida. Basti pensare che il suo post social con cui ha lanciato lo slogan  “Il Pd ha perso ma non deve perdersi “ ha raccolto oltre 17mila like, soprattutto di amministratori e dirigenti locali. A dimostrazione dell’esistenza di una larghissima base pronta a sostenere una sua mozione. E pur non confermando la sua candidatura, il programma sembra averlo già chiaro: “Un partito che oscilla tra il 18 e il 20% non ci basta – ha detto in queste ore – Se è vero che da soli non si va da nessuna parte serve un progetto più forte e più grande. Insomma insieme a un Pd nuovo bisogna costruire anche un diverso centro sinistra altrimenti rischiamo di essere meno efficaci anche nell’opposizione in Parlamento. Il Pd – continua – l’abbiamo fondato per unire le forze democratiche riformiste e progressiste in una casa più grande, se diventa strutturalmente un partito più piccolo vuol dire che si è persa la sintonia con un pezzo di Paese. Io sono un uomo orgogliosamente di sinistra da sempre e – ha concluso – non mi rassegno al fatto che sia la destra a raccogliere il disagio sociale o le paure dei cittadini più fragili”. E un endorsement a Bonaccini è già arrivato dai 5Stelle; per il momento soltanto da quelli bolognesi che lo considerano un interlocutore affidabile con cui aprire un serio dialogo.

Nel campo degli amministratori locali sembra pronto a scendere in campo anche il sindaco di Pesaro Matteo Ricci che non fa mistero di voler riaprire il dialogo con i pentastellati, lui che ci governa già. Punta ad una corrente dei sindaci e spiega: “Dobbiamo ristabilire un rapporto profondo col popolo. Per fare questo penso che serva la sinistra di prossimità degli amministratori locali. I Comuni sono l’unico livello istituzionale dove governiamo, con il 70% dei sindaci di centrosinistra”. Poi aggiunge: “Il problema non era il campo o l’alleanza larga, ma non essere riusciti a farla”. E considerando che lui il matrimonio con i grillini lo ha già fatto in Comune, va da sé che non avrebbe problemi ad estenderlo anche a livello nazionale.

Ma c’è anche chi con i 5Stelle non ci vuole dialogare e preferisce guardare al centro, rafforzando il profilo moderato del partito. E’ il caso di Base Riformista la corrente centrista capitanata dal ministro della Difesa Lorenzo Guerini, Andrea Marcucci e Luca Lotti che è stata la più penalizzata nella selezione delle candidature e nell’assegnazione dei posti blindati, pagando cara la vicinanza a Matteo Renzi. Ora però gli ex renziani, puniti nonostante il rifiuto di passare con Italia Viva, sembrano decisi ad alzare la testa e ad avere voce in capitolo sul prossimo congresso. Anche loro vorrebbero puntare sui territori e su un nome di peso, quello di Giorgio Gori sindaco di Bergamo. Anche nella sua città il Pd mantiene il primato e in vista delle elezioni del 2024 ha già detto che non ci saranno alleanze con i 5S ma sicuramente con il Terzo Polo. E si è detto convinto che per battere il centrodestra serva un rapporto più stretto con Azione e Italia Viva perché si vince al centro e non a sinistra. Se anche questo non è un programma congressuale…….

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