Riflessioni post-voto. I cattolici non sono più una categoria politica

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Il cardinale Zuppi

I cardinali Zuppi e Ruini, neo-presidente e presidente emerito della Cei, commentando le elezioni del 25 settembre, nella forma sembrano aver detto cose diverse, nella sostanza hanno ribadito una postura simile. Una finta differenza che caratterizza la Chiesa da tempo (conservatori e progressisti), e che ha confuso forse definitivamente i fedeli.

Zuppi ha parlato di bene comune, di interesse per l’Italia: ma di fatto ha confinato i credenti dentro una collocazione astratta, generica, impolitica, priva di indicazioni concrete.
Ruini, invece, sulla carta ha aperto prudentemente al nuovo corso politico di destra, all’affermazione e al futuro governo Meloni, ma tra le righe, ha ribadito le sue riserve su una destra a rischio sovranista, populista, anti-Ue.
Anche lui non è sfuggito, quindi, alla tentazione di fissare i binari ideologici come condizione per rendere presentabile e credibile una identità partitica, al momento lontana anni luce dalla Chiesa e soprattutto dal magistero di papa Francesco.

Tradotto: se la Meloni flirta con Bruxelles, con Draghi, ribadisce il suo atlantismo, il suo europeismo e la sua ortodossia istituzionale, va bene; se intende chiudersi nell’egoismo nazionalista, nell’anti-immigrazione, diverrà un pericolo. Non solo per l’Italia.

A questo punto ci sono due considerazioni da fare: Ruini, è evidente, non si rassegna al fallimento del suo schema, coniato e avviato dopo la scomparsa del “partito unico dei cattolici”, e cioè, “i cattolici nei partiti, divisi politicamente, uniti sui valori”.
E poi, seconda considerazione, la destra dovrebbe fare la destra, senza farsi eterodirigere e senza subire la “sindrome da legittimazione”.

Ma il dato elettorale conferma una tendenza ormai consolidata e forse irreversibile: i cattolici non contano più niente, sono ridotti a una presenza marginale, periferica nel Palazzo e nella vita pubblica. Un mondo residuale, autoreferenziale (chiuso nei gruppi), senza più il potere di incidere da protagonisti, o di sensibilizzare la società.
Ciò che resta della Dc, ossia i rivoli, i cespugli centristi, sono ancorati a numeri da prefisso telefonico (Noi per l’Italia, Lupi, Cesa e soci).

Chi, a destra e sinistra, nei partiti classici, si richiama a una formazione cristiana e cattolica, è totalmente emarginato. E ciò riguarda sia i politici dentro realtà laiciste (Pd, grillini, Azione), sia dentro contenitori alternativi.
Fdi, se da un lato, ha tentato di rappresentare una certa sensibilità identitaria (leggermente più marcata della Lega), dall’altro, ha confermato tutte le posizioni politicamente e religiosamente corrette (a partire dal mantenimento della legge 194); il fronte anti-sistema, con all’interno una forte componente cattolica (in primis, Alternativa per l’Italia), ha fatto flop.

Possono i cattolici sperare nella logica del puntello dell’esistente, confidando nelle politiche di un centro-destra, che al massimo, non metterà in agenda Ddl Zan, eutanasia, matrimoni e adozioni gay, ius scholae e liberalizzazione delle droghe leggere, ma che di certo non farà come negli Usa: una battaglia per confutare la società laicista, una tosta inversione di tendenza, a partire dall’aborto?
La verità va detta: i cattolici non sono più, o forse non sono mai stati (fin dai tempi della Dc), una vera categoria politica. Purtroppo solo religiosa e pure molto annacquata.

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