Giorgia ha conquistato il partito del Pil, orfano di Draghi

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A giudicare dai flussi elettorali non l’hanno votata in massa – preferendo la “elitaria” e soprattutto draghiana Azione – ma di sicuro l’hanno preferita alla Lega non più Nord ma neanche nazionale. E ora la aspettano al varco, Giorgia Meloni, per giudicare se sarà davvero in grado di tenere a galla l’economia italiana nei mesi tempestosi che ci aspettano.
Parliamo del partito del Pil, imprenditori e manager delle aziende di medie e grandi dimensioni concentrati soprattutto in quel Nord produttivo che ama poco le chiacchiere, molto il lavoro, non sbraita contro l’Europa ma vorrebbe che a Bruxelles imparassimo a farci rispettare. Non parliamo delle micro imprese tanto decantate dalla stampa, che in realtà di Pil ne producono pochino, ma quelle con più di 200 dipendenti, in grado di coprire, pur essendo appena lo 0,1 del totale, il 31,7% di valore aggiunto.
Riuniti a Vicenza qualche giorno prima delle elezioni avevano ascoltato Calenda, Letta e Urso. Oltre a due ticpici partiti pro establishment avevano quindi accolto un esponente di FdI ma non uno della Lega, fatto curioso ma forse no, considerando che in Veneto ormai Salvini gode di minor popolarità che in Sicilia. Ad ascoltarli c’erano ben 1400 imprenditori che avevano espresso, tramite le parole della presidente della locale Confindustria Laura Dalla Vecchia, non solo nostalgia per Mario Draghi, la cui caduta è stata ricordata come “un momento di sconforto”, pure una prudente fiducia nei confronti dei prossimi vincitori delle elezioni, cui si chiedeva “non parole, ma azioni concrete che ci dicano che questo è ancora un Paese dove vale la pena di investire”.
E Urso, capita l’antifona, aveva fatto un discorso che più concreto e governista non si poteva: prima ha fatto capire che il suo partito è già in contatto con chi conta, spiegando di aver discusso in prima persona “con gli americani, con i nostri partner, con i nostri principali alleati” per risolvere il problema energetico. Poi aveva aggiunto che i problemi economici sono in cima alle preoccupazioni di FdI perché “la guerra si vince anche consentendo al nostro Paese di mantenere le proprie industrie, la propria produzione, la propria occupazione”.
Ora, vinte le elezioni, la Meloni sembra avviata a mantenere questo profilo serio e rassicurante, preoccupandosi del benessere delle aziende e della stabilità dei conti prima di qualunque altra cosa. Così, mentre a sinistra si grida al regime e si parla solo di diritti civili e a destra Salvini sbraita di porti e confini da sigillare, la prossima presidente del Consiglio se ne sta chiusa nel suo ufficio a pensare a emergenze concrete, guadagnandosi l’approvazione anche di quegli industriali che non l’hanno votata.
Se riuscirà a mettere in capo al Mef una persona stimata, esperta e rassicurante come Fabio Panetta o Domenico Siniscalco avrà dimostrato agli imprenditori che di lei ci si può fidare, che farà tutto il possibile per tenere a posto i conti pubblici e investire bene i fondi del Pnrr, riaprendo per l’Italia la strada della crescita interrotta da guerra e inflazione.
A quel punto il difficile semmai sarà spiegare agli alleati e al resto del suo elettorato in cosa, dopotutto, il suo governo è diverso da quello freddo e compassato del suo predecessore.

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