Congresso Pd, Geloni: “Perchè nessun candidato mi convince”

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Abbiamo intervistato la giornalista e politologa Chiara Geloni, già direttrice di YouDem e molto vicina a Pierluigi Bersani. Sulla crisi del Pd e sul futuro congresso Geloni vede nero, nel senso che non sembra intravedere all’orizzonte strategie politiche convincenti in grado di favorire un rilancio dell’azione del partito, anche in vista della futura ricostruzione di un centrosinistra solido, compatto e competitivo.

Partiamo dai risultati elettorali. Si aspettava i numeri usciti dalle urne il 25 settembre?

“I risultati sono quelli che tutti aspettavamo, quindi non ci sono state grosse sorprese. Era tutto molto chiaro già tre mesi fa”.

E’ partito il dibattito interno al Partito Democratico per la successione ad Enrico Letta. Che idea si è fatta?

“Mi pare ci sia una enorme difficoltà nel passare dalla teoria alla pratica. I problemi sono individuati nettamente, ma poi non si intravede la capacità di uscire da una logica nominalistica e da meccanismi che hanno condotto il Pd nella situazione in cui si trova. Si fanno le analisi, ma ciò che manca è poi la volontà di dare risposte centrate”.

Cosa dovrebbe fare il Pd in concreto per ripartire? 

“Qualcuno nei giorni scorsi ha parlato di fase costituente e ha richiamato le svolte storiche della sinistra in passato. Io credo che vada fatta una riflessione di fondo su un meccanismo di rappresentanza che si è interrotto fra l’elettorato dem, che ha cuore la Costituzione e i principi di equità e giustizia sociale, e un partito che non è stato più in grado di dare rappresentanza alle istanze proprie della sua base. Ciò ha provocato una forte crisi d’identità. Oggi il Pd non è più il partito della rivoluzione sociale, ma ha difficoltà anche a caratterizzarsi come un partito della moderna sinistra europea, capace di riflessioni compatibili con quelle che contraddistinguono le forze di sinistra in Europa e nel mondo, che trovanoconsenso e riescono pure ad andare al governo come in Spagna, in Portogallo, in Germania. Non mi sembra ci sia nulla da inventare, basterebbe mettersi al passo con il resto d’Europa riscoprendo la propria identità”.

Bersani prima delle elezioni ha insistito molto per recuperare il dialogo con il Movimento 5Stelle, ma dal Nazareno non gli hanno dato ascolto. E’ da qui, dal rapporto con il partito di Conte che si deve ripartire?

“L’identità di un partito non si definisce con le alleanze, semmai è il contrario, ovvero si scelgono gli alleati sulla base della propria identità. Ciò detto è evidente che il Pd per vincere le elezioni avrebbe dovuto mantenere il rapporto con i 5Stelle come dimostrano i numeri elettorali e tutte le analisi che sono seguite al voto. Non so se si sarebbe vinto, ma certamente quel tipo di alleanza avrebbe reso la sinistra quantomeno competitiva. Qui poi c’è un tema di credibilità grosso come una casa. Non si può scaricare un alleato che per tre anni il Pd ha considerato strategico e con il quale ha pure governato in maniera fruttuosa sia con il Conte 2 che con il governo Draghgi facendo degli importanti passi avanti nella costruzione di un’alleanza. Rinnegarla due mesi prima delle elezioni vuol dire pagare un prezzo altissimo in termini di credibilità della proposta politica. Mi suona strano che questo aspetto sia stato sottovalutato”.

Il Pd ha rotto con i 5Stelle in nome dell’agenda Draghi, addebitando a Conte la fine del governo con toni quasi apocalittici. Pensa si sia esagerato con questa eccessiva sudditanza nei confronti del premier uscente?

“Assolutamente sì. Il Pd si era illuso che gli italiani avrebbero votato in nome di Draghi, dimenticando che gli elettori non votano mai sul passato e che si vince con le proposte per il futuro. Ovviamente la stima per Draghi è fuori discussione in virtù della sua autorevolezza, ma i dem hanno sottovalutato il fatto che gli italiani non volevano più essere governati da un governo senza politica. Lo dimostra il fatto che hanno scelto la proposta politica che somigliava di più ad un partito, con un simbolo, la fiamma, che a tanti di noi non piace ma che comunque evoca una storia. Si può avere stima di Draghi, ma non ha avuto senso proporre l’agenda Draghi nell’ambito di una sfida politica fra proposte di governo alternative. In campagna elettorale ogni forza politica deve riconquistare la propria identità, è su quella che scelgono gli elettori”.

C’è chi accusa Letta di aver perso definitivamente credibilità siglando l’accordo elettorale con Calenda che poi il leader di Azione ha rinnegato. E’ stato davvero quello il più grande autogol per il Pd?

“Credo si sia trattato di un passo assolutamente coerente con l’errore di lettura del Pd. Se si fosse andati alle elezioni con quell’accordo, sono certa che i 5Stelle avrebbero avuto un risultato ancora maggiore, perché il Pd avrebbe sbagliato completamente il campo in cui recuperare consensi. L’accordo con Calenda avrebbe significato cercare il consenso fra il popolo delle Ztl, fra il ceto medio riflessivo, tutti ambienti che già votano i dem. Quell’intesa non avrebbe in alcun modo rafforzato la proposta del Pd. Poi certo, Letta ha clamorosamente sottovalutato il carattere personale di Calenda, la sua umoralità, il suo ritenersi sottovalutato rispetto ad un peso politico che poi non ha avuto, ritrovandosi alla fine umiliato da lui”.

Il nome che sembra più quotato per la successione a Letta è quello di Stefano Bonaccini. Può essere una leadership forte?

“Non la vedo affatto una leadership forte, ancora meno se inserita nei meccanismi correntizi propri del Pd. Diciamo che lui ha il vantaggio di essere il più noto fra i candidati in campo, quello più conosciuto perché appare spesso in televisione, risulta simpatico con il suo tipico accento emiliano, è il governatore dell’Emilia Romagna e vuole fare il segretario. Ma essere il più noto non significa essere anche il più credibile. Francamente non ho ancora capito che tipo di proposta politica intende mettere in campo. Lui dichiara di voler rendere protagonista la classe dirigente dei territori invece di quella romana, ma io non vedo sui territori una classe emarginata da Roma, e non mi pare che sui territori il Pd non abbia problemi. Riguardo all’identità del partito non sento dire da Bonaccini nulla di significativo. Sulle alleanze poi mi è apparso molto contraddittorio. Prima ha chiuso le porte al M5S condividendo in pieno la scelta di Letta e addebitando a Conte la fine del governo Draghi, oggi dice che è necessario riaprire il dialogo con i 5Stelle. Il che non mi sembra alla fine nemmeno un argomento decisivo per una seria e convincente proposta politica”

Chi la convince di più fra i nomi in campo?

“Nessuno, almeno per il momento e con queste modalità. Non mi pare ci sia qualcuno capace di emergere sugli altri”.

Come vede la situazione nel centrodestra e soprattutto i rapporti fra Meloni e Salvini? Pensa che la Lega possa rappresentare un elemento di disturbo per la tenuta della maggioranza e per l’azione del nuovo governo?

“Mi sembra che la Meloni in maniera tattica e anche intelligente stia gestendo la fase post elettorale con gli stessi criteri della campagna elettorale, ovvero nascondendosi. Ancora non è chiaro che tipo di governo intende formare, visto che tutte le notizie che escono vengono da lei sistematicamente smentite. Questo dimostra la sua consapevolezza riguardo allo stato dei rapporti nel centrodestra e alle difficoltà che dovrà gestire, sia riguardo alla sua maggioranza che ai reali problemi del Paese. Sa perfettamente che il centrodestra non è affatto unito e compatto come vorrebbe lei. Del resto il successo di Fratelli d’Italia, seppur rilevante, alla luce anche dell’alto tasso di astensionismo non può essere considerato uno sfondamento, ed è stato determinato soprattutto dallo svuotamento degli altri partiti di destra. Quindi si trova a dover collaborare con alleati indeboliti e insoddisfatti dei risultati ottenuti. Poi c’è anche un problema di affidabilità internazionale di Matteo Salvini per esempio, di classi dirigenti degli altri partiti da rinnovare, e anche nomi di ministri che stanno circolando e che rappresentano stagioni di governo di decenni fa”.

Intanto in campagna elettorale abbiamo scoperto una Meloni filo atlantista, non ostile all’Europa, sostanzialmente moderata. Pensa che si manterrà così anche al governo o dovremo aspettarci un risveglio dell’anima sovranista?

“Tutto questo fa parte dell’ambiguità tattica del personaggio. Pur essendo stata l’unico leader politico ad opporsi a Draghi, in campagna elettorale è apparsa addirittura più draghiana di tutti gli altri. Presto per dire che piega prenderà il suo governo, ma mi pare poco probabile che possa assumersi la responsabilità di mettere in discussione le alleanze internazionali e i rapporti con l’Europa. Poi certo, resta il fatto che lei è ciò che è sempre stata, ovvero una leader che in Europa ha sempre privilegiato rapporti con movimenti di destra e con il blocco di Visegrad. Anche su questi aspetti sta facendo capire molto poco di ciò che ha in mente, ma non essendo una sprovveduta sa benissimo che non può spingersi oltre certi limiti”.

Sulla guerra all’Ucraina lei ha sempre avuto una posizione laica, senza schierarsi pregiudizialmente da una parte contro l’altra. Come pensa si possa uscire da questo conflitto e come il nuovo governo dovrebbe porsi nei riguardi di questa vicenda?

“Sono sconcertata per l’assenza di una voce europea, che nel riaffermare la legittimità del sostegno all’Ucraina, metta in campo una seria azione diplomatica per fermare il conflitto costruendo le condizioni necessarie. Se non lo fa l’Europa, a chi tocca farlo? Dobbiamo sperare forse nella Cina? Ma a cosa serve un’Europa che dimostra di essere soltanto una fotocopia della Nato ed è incapace di ragionare in termini diversi da un’affermazione militare? Credo che l’Italia di Draghi sia un pezzo importante di questo problema, ma è assurdo che dall’Occidente democratico non si levi un solo grido rivolto a fermare la guerra. Si parla soltanto di aiutare l’Ucraina, il che è anche giusto, ma senza alternative all’affermazione militare. Per raggiungere questo scopo, ovvero cercare la vittoria sul campo ci sono già le alleanze militari, ma per fermare la guerra serve la politica e sono sconfortata da un’Europa incapace di assumere questo compito. L’Italia da sola può fare poco. Soltanto Papa Francesco parla di pace, ma neanche il suo magistero nel cuore dell’Europa riesce a spingere gli europei, al di là delle intenzioni retoriche e degli attestati di stima verso il pontefice, a mettere in campo una seria azione diplomatica”.

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