Governo-Meloni. La falsa contrapposizione tra tecnici e politici. La vera partita

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Il nuovo mantra che sta seguendo passo-passo la formazione del nuovo governo-Meloni, sempre che il capo dello Stato confermerà sul piano istituzionale l’esito delle urne e l’accordo del centro-destra (chi ha più voti fa il premier), è se sarà un esecutivo tecnico, para-tecnico o solo politico.

E’ ovvio che Lega e Fi spingano per una maggiore rappresentanza politica. Non solo per dare una risposta alternativa a Draghi, ma anche per contare dentro Palazzo Chigi.
Lo abbiamo scritto varie volte: in questa delicata fase, dove la Meloni si gioca credibilità, storia personale e futuro, i pericoli, più che da sinistra, più che dai cittadini (la luna di miele dura 100 giorni, è una regola), verranno dai suoi alleati.
Salvini userà l’eventuale incarico di ministro o di vice-premier per risalire la china nel suo partito (lo ha promesso ai governatori del Nord: “Datemi un anno di tempo”); ergo, è lecito pensare che imperverserà sui media con continui e ripetuti annunci, di pancia, demagogici. Una cosa è certa: non gli importerà molto della stabilità del governo.

Berlusconi, dal canto suo, farà da garante. Ma di che? Dell’Europa, dell’atlantismo, del continuismo con il passato, evitando sterzate sovraniste. Scelte che, va detto, la Meloni ha già fatto in campagna elettorale. Vedremo, ora infatti, se le sue sono state mere decisioni strategiche o il punto di partenza di un nuovo patriottismo conservatore, a metà strada tra il vecchio sovranismo e l’eccessivo appiattimento su Usa e Bruxelles.
L’incontro a due ad Arcore (che ha indispettito non poco Salvini) forse si colloca in questa direzione. Che sia il nuovo inizio?

Dicevamo, quale connotazione avrà il costituendo esecutivo?
La Meloni è perfettamente consapevole che ha due grandi problemi: una classe dirigente di buona esperienza politica, ma di scarsa esperienza amministrativa nazionale. Un gap che per il momento stanno colmando i vari suoi presidenti di Regione. Ma non basta.
E, secondo problema, la gestione delle incombenti emergenze: quella economica, quella energetica (il caro bollette e non solo); senza contare un possibile ritorno del Covid. Domanda: confermerà il programma con cui ha vinto il 25 settembre (no obbligo vaccinale, no obbligo Green Pass)? O si adeguerà al progress sanitario?
Riassumendo: ricorrere a tecnici, suggeriti dai poteri forti e dal Quirinale, sembrerebbe opportuno. Mattarella, come noto, ha chiesto il ministero della Difesa, degli Esteri e dell’Economia. Ma che destra sarebbe? Panetta, tra i nomi che circolano, è un uomo-Bce, sodale di Draghi.

Riflettiamo. Lo scontro, la dicotomia, la contrapposizione “tecnici-politici” è fuorviante e spesso pretestuosa. E va sfatato un luogo comune. La storia repubblicana ci ha abituati ai salvatori della patria (i tecnici) che ciclicamente intervengono dopo i fallimenti dei politici. Poi, dopo una prima fase eroica, i tecnici dimostrano i loro limiti oggettivi, pur avendo fatto il lavoro sporco (col consenso trasversale di Camera e Senato), se ne vanno alla chetichella. Pensiamo a Monti: prima amato poi ghigliottinato. E Draghi, se avesse continuato, avrebbe fatto la medesima fine.

Lo scontro è fuorviante, perché non è vero che i politici, se competenti, non siano pure tecnici, e che i tecnici siano totalmente apolitici: sono sempre organici a mentalità, impostazioni, eterodirezioni, appartenenze precise e ideologie (il liberismo). Pure con la spocchia di chi non dipende dalla legittimazione democratica.

Quindi, il tema non deve essere il numero dei tecnici e lo sbiadimento, l’annacquamento politico del governo Meloni, ma l’indirizzo politico. E ciò compete unicamente ai politici. E su questo la Meloni dovrà essere molto chiara.

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