Che fine ha fatto Giggino? Storia semiseria di un prodotto virtuale

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La compulsione da social (Facebook e TikTok), crea una reazione uguale e contraria: il rifiuto, la sua espulsione, specialmente quando l’ego delle persone, che rappresenta la cifra ideologica e psicologica della “rete-sovrana”, viene umiliato, tramortito, massacrato con un sonoro ceffone.

Restituendo la visibilità e la popolarità troppo veloce alla cruda realtà della vita, piena di sali e scendi, di vittorie e sconfitte, di successi e anonimato.
Regola spietata che colpisce re e popolo, generali e soldati, e che ha colpito Giggino Di Maio, eclissatosi, dopo il 25 settembre, da quella “rete-sovrana” (il Dna dei grillini), che è stata la fortuna, insieme ovviamente a parecchi italiani per bene, di tanti scappati di casa, di tanti cittadini cosiddetti attivi e ribelli, di tanti ambiziosi di provincia, narcisisti, invidiosi della casta (non esente anch’essa dalla presenza massiccia di scappati di casa, ambiziosi e narcisisti), nel nome e nel segno dell’“uno vale uno”.

Ma tant’è: con la democrazia, tanto invocata a parole, non si scherza. Prima o poi la legge dei numeri veri (non virtuali) prevale, e si passa clamorosamente dalle stelle alle stalle, dai 5Stelle ai 5Stalle.
Peccato, per Giggino, tornato anonimo, in fuga dalla politica, dai social, e dal suo alter ego, scientifico, programmato a tavolino.
Perché lui aveva studiato, fin da subito, per arrivare in alto. Molto in alto. Capitava di incontrarlo in Transatlantico. Sempre perfetto, adamantino, leccato, disinfettato, quasi neutro, fluido. Studiava da leader, già distinguendosi dai suoi sodali, più populisti, più popolari, barricaderi, sciatti nel look.

Nello stile ha quasi anticipato Conte: il capo con la pochette.
All’inizio del suo mandato viveva, si dice, con Spadafora, e quando Salvini si è fidanzato con la Verdini, pure lui per non essere da meno (era il tempo dei gialloverdi, dei gemelli diversi, dei Dioscuri), ha fatto ricorso ad una fidanzata pescata dal suo team comunicazione. Che dice di amare. Gli crediamo.
E carriera ne ha fatta: capo politico dei grillini, vice-premier, ministro.
Superando le sue lacune storiche, geografiche, scientifiche, grammaticali, ogni tanto emerse pubblicamente. E lo ha fatto impegnandosi molto. Quasi riscattando un passato meridionale ancorato a retaggi paralizzanti.

E’ stato figlio e gestore del nuovo corso grillino, amministrando crisi interne, scissioni, cambiamenti repentini di casacca e perdite secche di voti: anti-sistema, filo-sistema, no-vax, no-tav, populisti, rivoluzionari, fino a diventare anti-populisti, anti-sovranisti, governisti, moderati, liberali e draghiani.
Ha assunto, come molti dei suoi, il contenuto del contenitore che lo ha contenuto.
Una liquidità che non ha pagato. Si pensi pure alla sua ultima piroetta: Impegno civico, molto simile alla montiana Scelta civica.

Forse, per una volta il suo ex popolo e il popolo italiano alle urne non ha brillato per smemoratezza e non gli ha fatto raggiungere nemmeno l’1%.
Cosa farà adesso? Anno sabbatico? Studierà per prepararsi meglio? Sicuramente sparito dai radar, non sparirà del tutto. Aspettiamoci un ritorno, magari senza porte girevoli. Pronto per altre avventure. Dopo la meritata pausa.

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