Pd a rischio sindrome francese: ecco le tre piaghe della sinistra

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Si fa presto a dire congresso costituente. La verità è che incombe sul Pd quella che potremo definire “sindrome francese”. E cioè la virtuale scomparsa dalla scena, con l’elettorato fagocitato da altre forze, come è appunto accaduto al partito socialista d’oltralpe.

L’incubo, finora sottotraccia, è stato espresso in modo netto, se non addirittura brutale, da Pierre Moscovici, stretto collaboratore dell’ex presidente Francois Hollande,  nonché ex commissario europeo all’economia. Ecco che cosa l’alto dignitario socialista francese manda a dire ai suoi compagni italiani: «Agli amici del Pd dico: attenzione al rischio di un’evoluzione alla francese». Al di là delle Alpi è successo infatti che «il Partito socialista ha perso gran parte del suo elettorato prima nel 2017, andato a Macron, e poi nel 2022, a beneficio di Melenchon». Alla fine «il Ps ha raccolto l’1,74% alle ultime elezioni presidenziali».

L’ammonimento di Moscovici è arrivato attraverso una intervista a “la Repubblica” uscita alla vigilia della Direzione del Pd che deve decidere le modalità del congresso «costituente», come appunto lo definisce Enrico Letta.

Ai piani alti del partito toccano ferro. Ma il rischio sindrome francese è concreto. Possono arrivare contro il Pd due Opa opposte, ma egualmente ostili: quella di Calenda-Renzi, da una parte, e quella di Giuseppe Conte, dall’altra. Basterà solo dire che, mentre la nomenclatura del secondo partito italiano si affanna a scrivere le regole delle assise che dovranno decidere del suo futuro, mentre assistiamo all’ennesimo psicodramma di palazzo, mentre accade tutto ciò, vediamo contemporaneamente il perfido Conte chiamare a raccolta i vari popoli della sinistra italiana per una grande manifestazione “per la pace”. Ancora più perfidamente, il capo del M5S annuncia che  sarà un evento senza “bandiere politiche”: si tratta in realtà di un furbo messaggio rivolto alla base del Pd al fine di spingerla a partecipare alla manifestazione senza complessi di colpa, soprattutto in questo momento di angosce nucleari per il rischio di escalation nella guerra in Ucraina. Insomma, il leader del M5S sta rubando al Pd il vecchio cuore della sinistra.

Quali sono allora le possibilità dei piddini di sfuggire alla sindrome francese? Solo il tempo ce lo potrà dire. Tutto dipenderà ovviamente dalle scelte del nuovo leader del Pd.  Chi sarà? Sarà il pragmatico Stefano Bonaccini o l’uomo delle sinistra interna, Andrea Orlando? Oppure il giovane Giuseppe Provenzano? Oppure ancora un  Mister X scaturito dall’eventuale pax fra correnti in conflitto permanente?

Chiunque sarà, dovrà curare in modo efficace i grandi mali del Pd, mali profondi e strutturali, che potremmo sintetizzare in tre piaghe, le tre grandi piaghe della sinistra italiana.

La prima piaga si chiama “crisi d’identità”. La sinistra non sa più definire se stessa. Non sa più che cos’è. Da quando ha abbandonato l’ideale del socialismo, la sinistra non riesce più a ritrovare una “mission” degna di tale nome. Il pensiero debole, ritenuto un utile paravento per coprire la pericolosa vicinanza a tecnocrazie e apparati vari, si sta rivelando, alla lunga, una trappola mortale. Se l’economia va male, se la crisi sociale dilaga, l’esibizione di buonismi, sentimentalismi, generici richiami ai “diritti” non serve più a niente. Al tempo del Pci, nelle Regioni rosse dominate dai manager delle coop e da una solida casta di amministratori locali, il pragmatismo riusciva mirabilmente a convivere con l’ideologismo. La fisionomia di questo potente e temibile apparato fu descritta da Giorgio Bocca in una formidabile battuta: «Il socialismo? È il capitalismo gestito da noi».

Oggi, che le cose vanno male, al Pd rimangono solo la bandiera arcobaleno degli attivisti Lgbt, l’odore della cannabis, la cittadinanza agli immigrati: le battaglie “identitarie” del Pd sono i “diritti” del gender, la legalizzazione delle droghe cosiddette “leggere”, lo ius scholae. La sinistra piddina dovrebbe in realtà  trovare il modo di riconquistare il cuore dei ceti operai e dei lavoratori afflitti dalla crisi. Più “diritti sociali” e meno “diritti civili”: è la formula che il Pd dovrebbe oggi seguire per risollevarsi, una strada da imboccare senza indugi anche se dovesse costare una lunga fase all’ opposizione e la fuga degli elettori delle zone Ztl.

La seconda piaga si chiama “pretesa di superiorità”. La prima cosa che dovrà fare il nuovo leader del Pd è insegnare a se stesso e ai suoi sostenitori la pratica dell’umiltà. La sinistra odierna ha infatti ereditato da quella del passato la pretesa di superiorità morale e intellettuale. Questa forma di boria politica poteva funzionare al tempo del gramscismo imperante e della famosa egemonia culturale, tutte cose che permisero alla sinistra di conquistare larghe fette della pubblica opinione e di rimodellare il senso comune degli italiani. Secondo una diffusa leggenda, la sinistra aveva la gente più brava, più onesta, più preparata. Tale leggenda ha permesso al Pci e ai suoi aggregati di egemonizzare università, case editrici, mass media, cinema, teatro, musica, unitamente ad ampi settori della pubblica amministrazione e dell’apparato dello Stato, a partire dalla magistratura.

Questo tipo di egemonia s’è rivelata a lungo un asso nella manica degli ex comunisti, i quali, all’indomani della caduta del Muro di Berlino e dell’implosione dell’Urss, hanno potuto agilmente accreditarsi come sinistra “liberal”, “democrat”, “cool” e quanto di più esotico potesse risuonare alle orecchie dell’opinione pubblica.

Ma questa gigantesca riconversione ideologica alla fine ha cessato di produrre effetti. In conseguenza delle varie crisi di questi anni, la sinistra ha perso il suo potere attrattivo. Le è rimasta solo la boria. Così non si è accorta di come stava cambiando l’Italia. Clamoroso l’errore di Letta durante la campagna elettorale: la sua spocchia intellettuale gli ha impedito di capire che lanciare l’allarme contro il “pericolo” del “governo delle destre” non poteva più funzionare. E il Pd ha rimediato una batosta storica.

La terza piaga si chiama “guerra tra bande”. La lunga pratica del potere ha prodotto una modifica antropologica nella sinistra. Il partito dei “migliori” è diventato il partito degli assessori. L’alto tasso di litigiosità che si registra presso la direzione nazionale del Pd è nulla rispetto a quello che accade nei territori, dove è assai diffusa la rissa sulle poltrone e sugli strapuntini del sottopotere. Clamoroso ed emblematico il caso romano, fatto di lotta tra «capibastone» e «associazioni a delinquere»: sono definizioni che provengono da esponenti stessi del Pd, come Fabrizio Barca e Marianna Madia, i quali sono rimasti talmente inorriditi dai fattacci capitolini del loro partito da non poter reprimere un moto di indignazione. Eclatante e grottesco il caso di Ferragosto, che ha portato alle dimissioni del capo di gabinetto del sindaco Gualtieri, Albino Ruberti, sorpreso in un video a esprimere questa poco elegante invettiva: «Se deve inginocchià quella m… ! Lo ammazzo! Li ammazzo!». Per il partito che ha a lungo campato di questione morale si tratta di una vera e propria nemesi storica

Può darsi che la cura di queste piaghe avvenga, se mai è destinata ad avvenire, fuori tempo massimo e che la sindrome francese proceda inesorabilmente. Lo scopriremo vivendo. Certo è che solo un leader visionario potrebbe rilanciare le sorti del Pd. Ma è da parecchio tempo che la sinistra non segue più visioni. Solo pallide suggestioni.

 

 

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