Ha il chiaro significato di un’andata a Canossa l’incontro tra Silvio Berlusconi e Giorgia Meloni che si è svolto oggi a Roma.
La Canossa di cui parliamo è la sede FdI di via della Scrofa. Il luogo nevralgico del centrodestra non è più né Villa Grande né Arcore. È il palazzo del ’700 che ospitò a suo tempo la direzione nazionale del Msi-Dn, poi quella di An. E che oggi ospita appunto il quartier generale di Fratelli d’Italia.
Il fatto che il Cav abbia deciso di recarsi in questo luogo per siglare la tregua con la sua alleata-rivale è un fatto politicamente decisivo e simbolicamente pregnante, dopo lo scambio di insulti, ruvidezze e pesanti allusioni (il «non sono ricattabile» rivolto da Giorgia a Silvio) di questi giorni che hanno terremotato il centrodestra. È il segno tangibile che la coalizione rinasce su nuove basi, nuovi equilibri, nuove mentalità. Non è più tempo di zarine e cortigiani. Ma di squadre efficienti e motivate.
L’incontro “pacificatore” tra Berlusconi e la Meloni è durato circa un’ora e un quarto e si è svolto in un clima di «cordialità», come recita un comunicato congiunto. Finora di ufficiale c’è solo che le delegazioni dei partiti di centrodestra saliranno insieme al Quirinale. E questo è già la prova che un accordo comunque è stato raggiunto. Il rischio, paventato fino a ieri dai “falchi” di FI, era che gli azzurri andassero separatamente alle consultazioni con il capo dello Stato.
Nulla è però finora emerso sulla possibile composizione del governo. Secondo le indiscrezioni della vigilia, l’accordo di massima prevedrebbe 23 ministri in tutto: 5 a Forza Italia, 6 alla Lega, 9 o 10 a Fratelli d’Italia. Due i vicepremier: Antonio Tajani e Matteo Salvini. Il punto più esplosivo, vale a dire la destinazione di Licia Ronzulli, sarebbe stato disattivato. La diretta interessata, già nella serata di domenica, ha fatto sapere che «il mio caso non è mai esistito e comunque non esiste più». Non sappiamo però quale incarico ricoprirà l’esponente berlusconiana nella legislatura appena cominciata.
Più arduo, al momento, è immaginare il possibile esito del braccio di ferro più duro, quello sul ministero della Giustizia. Secondo l’ipotesi che circola più diffusamente, lo scoglio potrebbe essere superato attraverso un paio di “compensazioni”: in cambio dell’eventuale rinuncia a un ministro di Forza Italia (Elisabetta Casellati o Paolo Sisto), Berlusconi otterrebbe due “amici” in due ministeri importati: Guido Bertolaso alla Salute e Antonio D’Amato, ex presidente di Confindustria, alla Transizione Ecologica. La Giustizia andrebbe al deputato di FdI Carlo Nordio, ex magistrato, da mesi indicato da Giorgia Meloni per questo incarico.
Ci sono un paio di giorni per definire l’accordo complessivo: le consultazioni verranno avviate dal Quirinale mercoledì 19 o al massimo giovedì 20. Ma il problema politico fondamentale, quello a cui Giorgia teneva più di tutti, sembra risolto. Parliamo del riconoscimento da parte di Berlusconi della leadership della Meloni, fatto durissimo da accettare da parte di Silvio, anche da un punto di vista psicologico. Fatto da cui discende un importante corollario: il cambio di metodo nella composizione della lista dei ministri. Vale a dire niente più Cencelli, niente più fedelissimi da gratificare, ma solo i criteri della competenza e della capacità di lavoro. Se questo punto regge, l’accordo tra il leader di FI e la leader di FdI è destinato a durare.
Sarà stato sicuramente duro, per Berlusconi, a 86 anni suonati e dopo tanti anni passati a comandare, accogliere l’idea che non è più lui né il capo né il federatore né il cardine del centrodestra. Ma vere alternative il Cav non ne ha, a meno di continuare il braccio di ferro con FdI con esiti presumibilmente catastrofici.
A spingerlo a più miti consigli sono stati i familiari, in particolare i figli più grandi, Marina e Pier Silvio. Raccontano i soliti bene informati che la primogenita, dopo la figuraccia rimediata da Forza Italia in Senato, si sia precipitata dal genitore intimandogli un perentorio «fermati!». Quanto al secondogenito, le stesse fonti lo hanno dato in contatto, nelle ore più incandescenti, con la Meloni, in un canale di comunicazione diretto che ha affiancato quello di sherpa e pontieri vari.
Egualmente preoccupati del deterioramento dei rapporti tra Silvio e Giorgia sono i vecchi amici di Berlusconi, Fedele Confalonieri e Gianni Letta. In tutti, parenti e amici, c’era il timore che, alle conseguenze nefaste di tipo aziendale e politico, si aggiungesse una misera uscita di scena per il Cavaliere, con l’immagine di un anziano signore capriccioso e non più lucido, un ex vecchio leone diventato ostaggio di “zarine” come la Ronzulli, di “quasi mogli” come la Fascina e dei vari falchi (più o meno interessati) di Forza Italia.
Alle pressioni di familiari e storici consiglieri, vanno aggiunte anche le spinte pro-Meloni da parte delle colombe di Forza Italia, componente capitanata da Antonio Tajani, che non voleva certo farsi sfuggire la poltrona della Farnesina appena intravista. Un Tajani, sia detto per inciso, che controllerebbe la metà, più o meno, degli eletti di FI. E ciò per il fatto che li avrebbe scelti lui stesso nel momento della compilazione delle liste per le elezioni. L’altra metà, manco a dirlo, obbedirebbe invece alla Ronzulli.
A complicare la vita dei falchi di Forza Italia hanno provveduto inoltre Francesco Lollobrigida e Lorenzo Cesa, che hanno trovato il modo di allestire il gruppo parlamentare di “Noi moderati”, una casa comoda e accogliente per gli eventuali “responsabili” di Forza Italia in fuga dal loro partito. Non ci sarebbero i numeri per costituire un simile gruppo, a meno che FdI non dia in “prestito” qualche parlamentare a Cesa: “à la guerre comme à la guerre”.
Certo non sarebbe stato il massimo, per Giorgia Meloni, partire con l’appoggio determinante dei soliti transfughi. Avrebbe incrinato non poco l’immagine di quell’ «esecutivo autorevole» a cui la leader di FdI tiene tanto. Del resto, è interesse della stessa Meloni mantenere integro l’alleato Forza Italia. Di fatto, le soluzioni non sarebbero state molto raccomandabili: o un governicchio dalla vita breve e precaria o un nuovo governo tecnico o nuove elezioni anticipate a gennaio.
Ma a questo punto, con l’andata a Canossa di Berlusconi, si tratta di ipotesi puramente teoriche. Ora, da affrontare, c’è principalmente il fattore tempo. Gli obblighi nazionali e internazionali impongono alla premier in pectore di fare in fretta. La Meloni conta di arrivare al giuramento dei ministri davanti a Mattarella domenica 23 o al massimo lunedì 24 ottobre. In uno di questi due giorni dovrebbe salpare la “nave Meloni” inaugurando una nuova epoca, una novità assoluta nella storia dell’Italia repubblicana: l’epoca della destra (cardine) di governo.
Al tempo dell’umiliazione di Canossa, il 1077, quando l’imperatore Enrico IV rimase all’addiaccio per tre giorni e tre notti davanti al castello della duchessa Matilde al fine di ottenere il perdono di Papa Gregorio VII, a quell’epoca, il problema fondamentale era la lotta delle investiture tra Impero e Papato. Il gesto di Enrico IV risolse solo temporaneamente il problema. Dopo poco tempo la contesa tra trono e altare riprese furiosa. Speriamo che stavolta, nell’Anno Domini 2022, la nuova lotta delle investiture (non dei vescovi ma da dei ministri) trovi una soluzione definitiva. Speriamo.



