Le uscite infelici delle donne del PD stanno “offrendo il fianco” ad una svalutazione di un dibattito assolutamente importante come il tema delle donne?
L’ultima settimana non ha aiutato ad affrontare la questione seriamente e le polemiche stanno svuotando una discussione che sarebbe seria e da fare, ma forse in un altro modo.
Il tutto è partito dalla decisione della Premier, Giorgia Meloni, di farsi chiamare “il presidente del Consiglio”, utilizzando l’articolo maschile.
Alla Camera il dibattito ha visto protagoniste la Premier e la capogruppo Pd alla Camera, Debora Serracchiani.
“Questo tetto di cristallo che è stato infranto, rischia ora di richiudersi a causa di una politica che, ci sembra di scorgere già dalle prime battute del suo governo, vuole le donne un passo indietro rispetto agli uomini e dedite essenzialmente alla famiglia e i figli. Speriamo di sbagliare”: queste sono state le parole pronunciate dalla Serracchiani in replica al discorso della Premier alla Camera.
Anche l’ex presidente della Camera, Laura Boldrini, è intervenuta sul tema, lei ha rimproverato via Twitter il presidente Meloni di non aver scelto la desinenza «a» anche per le proprie comunicazioni ufficiali.
Così, l’onorevole Boldrini ha lanciato una polemica di genere linguistico e semiotico su Twitter, dove ha scritto: “La prima donna premier si fa chiamare al maschile, il presidente. Cosa le impedisce di rivendicare nella lingua il suo primato? La Treccani dice che i ruoli vanno declinati. Affermare il femminile è troppo per la leader di Fratelli d’Italia, partito che già nel nome dimentica le Sorelle?”.
La frase ha scatenato un fiume di ironia sui social e non solo.
Tuttavia, la risposta che più di ogni altra è diventata virale è sicuramente quella partita dal profilo “Le Frasi di Osho” che rispondendo alla Boldrini ha affermato: “Perché Treccani e non Treccagne?”.
Ad intervenire sulla polemica è stato anche il presidente dell’Accademia della Crusca, Claudio Marazzini, che ha commentato: “In realtà non c’è nulla di strano, i titoli al femminili sono legittimi sempre e chi usa questi femminili accetta un processo storico ormai ben avviato: tuttavia, chi preferisce le forme tradizionali maschili ha diritto di farlo”.
Dunque, né l’Accademia della Crusca, né l’Istituto Treccani, così come nessun ente statale italiano, possono ovviamente imporre scelte di uso della lingua, né a chi svolge incarichi pubblici, né a nessun altro parlante. Infatti ci sono un ventaglio di possibilità linguistiche, ritenute tutte egualmente legittime.
Per cui non esiste alcun obbligo semantico a causa del quale Giorgia Meloni debba farsi chiamare “la presidente” anziché “il presidente”, la quale non è una semplice questione grammaticale, ma comprende anche le posizioni ideologiche.
Infatti, generalmente, le donne di orientamento politico progressista danno importanza all’uso dei femminili nelle professioni e negli incarichi non solo per la sua correttezza formale, ma anche per dar rilievo alla rappresentanza delle donne nella società.
Le donne di destra invece preferiscono tendenzialmente il conservatorismo anche nell’uso della lingua, o rivendicano il maschile per prendere le distanze dalle prese di posizione di orientamento diverso dal loro.
Ma anche in ambiti non politici, molte donne preferiscono definirsi «avvocato» o «architetto», proprio perchè utilizzando tali termini verrebbe ribadita un’assenza di differenze tra loro e i colleghi maschi.
Lo scontro tra le donne del PD e la Meloni non aiuta a questo punto a evidenziare la realtà della questione, ovvero è volontà e libertà di ognuno di denominarsi come meglio crede, poiché anche questo è un diritto e bisogna rispettarlo, a prescindere dalle ideologie.



