Pacifismo di lotta e di governo. Il gioco sporco in piazza di Letta e Conte

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Ci sono tanti modi per fare la pace, ricordando che guerra e pace non sono due imperativi morali, religiosi, ma due condizioni storiche: disarmarsi per la pace, armarsi per la pace.
E su questo tenue confine tra i due concetti politici e molto ideologici, si sono confrontate e contrapposte le due piazze “pacifiste” di sabato.

Quella della Capitale, organizzata dalle sigle sindacali e da oltre 500 associazioni (molte di stampo cattolico), e quella milanese, organizzata dal Terzo Polo. Tutte e due senza bandiere di partito, ma con tutti gli esponenti e leader di partito schierati in bella e televisiva vista.
A vedere i numeri delle manifestazioni i pacifisti romani hanno vinto alla grande: 100mila secondo loro, 40mila per la Questura, nel solito gioco strumentale delle presenze; appena 5 mila, invece, i “pacifisti” calendiani e renziani.
Ciò vuol dire che “disarmarsi per la pace”, è un sentiment maggioritario nel Paese, del resto anche le statistiche confermano il dato, sull’armarsi per la pace (mantra di Letta, Mattarella, Calenda, Renzi, Bruxelles, Biden).

E non è una differenza da poco. Vuol dire smentire le politiche (sanzioni, armi) fatte finora dal governo Draghi e ora forse, secondo le prime dichiarazioni, pure dal governo Meloni, immediatamente allineato con un atlantismo da guerra fredda, deludendo una buona parte della base elettorale, equidistante sia da Mosca, sia dagli Usa.
E poi, sullo stesso concetto di sovranità (difesa, aggredita, violata) bisognerebbe capirsi: se uno Stato non è più padrone o proprietario della sua moneta, della sua economia (si legga privatizzazioni), delle infrastrutture, dell’agro-alimentare, delle fonti energetiche, che razza di sovranità è?

Ma torniamo a sabato. Come noto, alla vincente manifestazione romana, sindacati, Rete per il Disarmo, Arci e Anpi, e i capi del Pd, del M5S, Alleanza Verdi e Sinistra Italia.
Nelle parole di Conte, un’ambiguità che va sottolineata e evidenziata. A parte il fatto che in precedenza ha votato per le sanzioni e le armi, è stato amico di Putin e di Trump, ha sostenuto con la Cina la via della seta, adesso evidentemente, in omaggio alla liquidità del suo Movimento, ha cambiato ancora una volta posizione. Attenzione: in piazza, non ha detto “mai alle armi all’Ucraina”, ma “Italia, Unione Europea, gli Stati membri e le Nazioni Unite si assumano le responsabilità di un negoziato” (sembra il manifesto del pacifismo radicale), però poi ha aggiunto: “A Crosetto dico che visto che è stata votata una risoluzione in Parlamento, non si azzardi a decidere un nuovo invio armi senza un confronto in Parlamento”.
Tradotto, confronto in Parlamento, sapendo di non avere i numeri sufficienti per indirizzare diversamente la politica militare e geo-economica italiana. Come dire, ha fatto la sua parte, nel gioco parlamentare. Per salvare capra e cavoli. Capra grillina e cavoli internazionali (pacifismo pragmatico).

E poi, vogliamo parlare dei fischi a Letta, che nonostante tutto ha sfilato a Roma, nella piazza nemica?
Perché tutte queste presenze a Milano e a Roma? Perché tra poco si vota per rinnovare le assemblee regionali. E ognuno dei partecipanti deve incassare il più possibile. Strumentalizzando pace, antifascismo, rave, no vax, ogni scelta del nuovo governo.
La ragione è semplice: Pd e sinistra devono recuperare terreno e i grillini devono consolidare la nuova loro collocazione a sinistra.

Mentre il Terzo Polo deve continuare l’azione di smottamento degli schieramenti, con un colpo al cerchio e uno alla botte. Si chiama “sindrome Moratti”, subito a suo agio nella nuova casa, come hanno fatto prima del 25 settembre, la Carfagna e la Gelmini.
Per una pace fuori dai confini, si annuncia una guerra elettorale dentro i confini.

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