Al rischio future pensioni: la mossa della Meloni

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Pochi ricordano che Giorgia Meloni è una giornalista, e di quelle brave anche. Lo si nota nei suoi discorsi, che sono pieni di frasi costruite apposta per finire sui titoli dei giornali. Va letta in questo senso quella, decisamente a effetto, che ha regalato al primo incontro con i sindacati parlando di pensioni, quel «Rischiamo assegni futuri inesistenti» finito nelle aperture dei tg e nei titoli di tutti i giornali, di carta e web.
La mossa della premier aveva due scopi, entrambi centrati: da un lato puntava a monopolizzare l’attenzione dei media lasciando le briciole ai segretari di Cgil, Cisl e Uil, Landini compreso; dall’altro serviva a presentarsi come una capa di governo responsabile, attenta ai problemi del domani, a chi una pensione è ancora lontano dal percepirla.
Ma venendo alla sostanza della sua dichiarazione, c’è davvero da preoccuparsi? Gli assegni pensionistici nei prossimi anni diventeranno davvero tanto leggeri da rendere difficile la semplice sopravvivenza? La risposta secca è sì. Quella un po’ più articolata, e che la Meloni vorrebbe venisse intesa è «Sì se continuiamo su questa strada».
Come spiegato dal ministro dell’Economia Giorgetti in sede di audizione sulla Nadef di fronte alle commissioni Bilancio, la spesa totale per le pensioni è già insostenibile e continua a crescere: Nel prossimo triennio «la spesa per pensioni assorbirà risorse per oltre 50 miliardi», cifre che dovranno probabilmente essere riviste al rialzo a causa della reindicizzazione causata dall’alta inflazione. Se a questo problema aggiungiamo che l’età pensionabile in Italia è ancora una delle più basse d’Europa e che qualunque crisi, da Mps ad Alitalia, viene in questo paese risolta con scivoli e prepensionamenti che coinvolgono gente che ha poco più di cinquant’anni, si capisce che la torta a breve dovrà essere tagliata in fette troppo piccole per poterci saziare. E non si pensi di poter contare sui risparmi del reddito di cittadinanza; dalla sua revisione, ha spiegato il titolare del Mef, ci sarà da recuperare al massimo un miliardo, spiccioli rispetto alle esigenze di quel mostro aspirasoldi che è la previdenza italiana.
Ecco quindi che la necessità impone di limitare una delle misure bandiera della Lega, quella Quota 41 che l’inquilina di Palazzo Chigi ha sì approvato, ma solo per il 2023. Il suo unico scopo è evitare che a gennaio torni in vigore la legge Fornero, con la quale la “liberazione” dal lavoro richiede l’aver compiuto 67 anni di età oppure quasi 43 anni di contributi. Dovrebbero essere coinvolte circa 80mila persone e la sua adozione costerebbe circa un miliardo (guarda tu il caso, proprio la cifra che verrebbe risparmiata con la revisione dell’RdC…). Dall’anno successivo occorrerà trovare, proprio tramite una mediazione con i sindacati, un accordo di più larga scadenza, puntando sul sostegno della ministra del Lavoro Laura Calderone. Con questa mossa la Meloni ha quindi chiarito ai sindacati che quando Salvini parla di pensioni lo fa come solo leader della Lega, ma il governo ha una posizione diversa e molto meno disponibile al “liberi tutti” invocato da Matteo. Dopo le trivelle, tra FdI e Lega si prospetta insomma un nuovo scontro, e questa volta la Meloni vuole tirare i sindacati dalla sua parte.

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