Meloni sul modello Thatcher? Similitudini e differenze

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L’ha detto e lo sta facendo: nell’Italia di Giorgia Meloni non c’è posto per il reddito di cittadinanza, almeno per chi è teoricamente in grado di lavorare.

L’abolizione del sussidio in favore di chi non lavora è, al momento, la misura che più connota lo stile di governo di Giorgia. Ma, nello stesso tempo, è anche la decisione più discussa, quella che tra non molto tempo potrebbe far esplodere le piazze. Chi è favorevole a questo provvedimento lo vede come una salutare marcia indietro rispetto alle politiche assistenzialistiche del passato, politiche che hanno spesso offerto usbergo a furboni e furbetti vari. Per i critici della Meloni si tratta invece di una misura “disumana”, che serve alla premier solo come bandiera per compensare il supposto basso profilo della manovra economica del governo. E il tutto sulla pelle dei più deboli.

Solo nell’immediato futuro sapremo se le tensioni sociali sono destinate ad aumentare, soprattutto al Sud, oppure se le risorse (poche) risparmiate e il messaggio anti-nullafacenti contenuto in questa misura possono attivare un circuito virtuoso, seppur minimo.

Di certo, l’attacco al reddito di cittadinanza rappresenta uno strappo, ideologico e morale, rispetto al solidarismo (o buonismo) fortemente innestato nella tradizione italiana. Comunque lo vogliamo vedere, ci troviamo di fronte a un chiaro attacco alla mentalità, ancorché non al sistema (o almeno non ancora), del Welfare.

Il riferimento allo storico modello liberista, rappresentato a sua volta da Margaret Thatcher, è spontaneo e immediato, al netto naturalmente delle differenze di tempo e di luogo che separano Giorgia da Maggie.

Innanzi tutto colpisce l’ostentazione di una certa ruvidezza anti-buonista. La similitudine risalta nel confronto tra le frasi con cui, sia la Meloni sia la Thatcher, si sono presentate all’opinione pubblica all’inizio delle rispettive parabole da premier. In entrambi i casi c’è la dichiarazione di non cercare applausi.

«Quando ti occupi di bilancio familiare e mancano risorse, non stai lì a preoccuparti del consenso, ma di cosa sia giusto fare», ha detto la premier italiana presentando la prima manovra economica del suo governo.

«Non sono un politico che si basa sul consenso. Sono un politico che si basa sulla persuasione», disse a sua volta la premier britannica nel 1979, subito dopo il suo primo ingresso al numero 10 di Downing Street.

In entrambi i casi c’è l’uso del termine “consenso” in un’accezione negativa. E ciò in nome del fatto che entrambe si dimostrano convinte delle proprie, rispettive ragioni. Sintomatico, no?

Comune, tra la Meloni e la Thatcher, è anche il piedistallo su cui entrambe si pongono rispetto alla stampa. La prima ha concesso poche domande ai cronisti parlamentari nella conferenza stampa seguita alla presentazione della legge di bilancio. La seconda dichiarò a suo tempo di non tenere in gran conto le possibili critiche dei giornalisti. «A quelli che mentre parlo aspettano col fiato sospeso l’espressione preferita della stampa, la marcia indietro, voglio dire una cosa sola. Fatela voi la marcia indietro, se volete»: così disse la “lady di ferro” al congresso del partito conservatore del 1980.

Il tratto comune più marcato tra Giorgia e Margaret è l’idea che la battaglia al burocratismo travestito da solidarismo sia la chiave del progresso economico e sociale.

La ricetta della Thatcher all’inizio non parve funzionare. Poi però i risultati vennero. Quattro anni dopo l’elezione della leader dei Tory , nelle consultazioni del 1983, la Gran Bretagna aveva ritrovato la via della crescita economica: il 2,6 %, a fronte dell’1,8 della media europea.  La disoccupazione era abbattuta. E Maggie fu trionfalmente rieletta premier.

Il contesto italiano è assai più complesso di quello britannico dei primi anni Ottanta del secolo scorso: l’inflazione galoppa, le materie prime sono alle stelle, le privatizzazioni non sono più possibili perché è già stato privatizzato tutto il privatizzabile (peraltro male). Particolare non secondario, la Thatcher non se la doveva vedere con due alleati frustrati (ma determinanti) come invece tocca oggi a una Meloni alle prese con Matteo Salvini e con Silvio Berlusconi.

Ma la differenza più importante che divide Giorgia da Margaret è il fatto che, quarant’anni fa, la parabola liberista era nella sua fase di ascesa, oggi è decisamente al tramonto.

Alla Meloni spetta il compito di trovare la giusta sintesi. Alla fine, ciascuno è figlio del suo tempo. Ma i modelli di riferimento sono sempre utili. E aiutano coloro che vogliono guardare avanti. Senza mai dimenticare le lezioni della storia

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