Meloni sbircia Draghi ma con alcune differenze

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Se fosse un voto scolastico sarebbe un sei e mezzo, se fosse una partita di calcio uno zero a zero, se fosse un piatto sarebbe sciapo ma mangiabile. Parliamo della prima manovra targata Meloni, una finanziaria che non prende rischi ma non lascia grossi spazi di contestazione all’opposizione e soprattutto rassicura l’Europa. E soprattutto – e questo è un colpo da maestro che forse dovrebbe far correggere il voto su un 7 meno meno – è una manovra che accoglie le proposte degli alleati Salvini e Berlusconi, che quindi non possono lamentare di non essere stati ascoltati, ma depotenziandole fino a renderle inoffensive per la tenuta dei conti pubblici.
Prendiamo le pensioni. Da quota 100 passiamo a quota 103, con tetto massimo dell’assegno riconosciuto a 3mila euro fino ai 67 anni di età. Una misura ragionevole, che costerà 700 milioni e metterà in anticipo a risposo non più di 50mila italiani. Inoltre prevede un premio – una decontribuzione al 10% – per chi pur avendo maturato i requisiti decide di restare a lavorare). Sono passati quindi i tempi della retorica salviniana che giustificava quota 100 con la necessità di liberare posti di lavoro per i giovani. Al contrario si incoraggia i “vecchi” a continuare a timbrare il cartellino. Lo dimostra pure la proroga della cosiddetta “opzione donna”, che in teoria permette alle lavoratrici con 35 anni di contributi di andare in pensione prima dei 60 anni; una misura simbolica, talmente penalizzante dal punto di vista economico (-30% di assegno) che non la sceglie quasi nessuno.
E se pure le pensioni minime aumentano, come chiedeva Berlusconi, certo siamo lontanissimi dai mille euro promessi dal capo di Forza Italia in una delle sue sparate elettorali. Si passa dai 520 euro attuali a 600, 80 euro che riusciranno se non altro a preservare il magro potere d’acquisto di chi la recepisce di fronte all’inflazione.
E così via dicendo per tutti gli altri capitoli di spesa, che assommano a 35 miliardi in buona parte assorbiti dal tema energia. L’impressione finale è che la Meloni non abbia preso alcun rischio, e che la sua manovra sia molto simile a quella che avrebbe approvato Draghi se fosse rimasto per un ultimo anno di legislatura a Palazzo Chigi.
È probabile infatti che le misure a favore delle famiglie (aumento pensioni minime, ulteriore piccolo taglio del cuneo fiscale, sostegno alle famiglie a basso reddito nel pagare le bollette, aiuto alle aziende energivore) sarebbero passate più o meno identiche col vecchio governo.
L’unico elemento di rottura (e non poteva essere altrimenti visto che FdI ci aveva impostato tutta la campagna elettorale) sarà l’eliminazione del Reddito di Cittadinanza per i percettori abili al lavoro, che però continueranno a riceverlo per altri otto mesi per evitare al governo un autunno troppo caldo.
La misura rischia comunque di mettere questo governo in forte contrapposizione con i cittadini del Sud, dove se gli abili al lavoro non mancano a mancare è proprio il lavoro. Questa decisione, insieme all’accelerazione sull’autonomia differenziata modello hard proposta da Calderoli, che avrebbe dei costi enormi per il Meridione, potrebbe causare tensioni difficili da gestire per un esecutivo così giovane. Potrebbe, se solo l’opposizione avesse la capacità di coordinarsi in una protesta coerente: invece Letta, Conte e Calenda hanno preferito di nuovo polemizzare tra loro, permettendo alla Meloni di proseguire con la barra dritta.
Ma la premier deve fare attenzione; fu la disattenzione alle difficoltà del Sud che sei anni fa portò Renzi alla rovina, e lui partiva dal 40% dei consensi. Fratelli d’Italia farebbe bene a tenere fede al suo nome, ricordando che il Paese non finisce a Roma. Altrimenti si prepari a una seconda grande stagione populista. Un certo avvocato pugliese è già pronto a cavalcarla.

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