Conte, bugie e… videoflop

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Giuseppe Conte, nel salotto di Lucia Annunziata, ha dato il meglio di sé. «Il mio non fu un condono». «Come non fu un condono! Qui, all’articolo 25 del decreto da lei firmato nel 2018, c’è chiaramente scritto “definizione delle procedure di condono”». «Ma no, è solo un’accelerazione della procedura per esaminare le pratiche».

E già. Peccato solo che quella “procedura” era diretta proprio ad “accelerare” la spaventosa mole di condoni di Ischia. Un politico che dice bugie è fisiologia politica. Un politico che nega l’evidenza in diretta tv è politica sublimata  nel cabaret o nel cinema comico. Pippo Franco e Martufello non avrebbero saputo fare di meglio. L’“avvocato del popolo” diventa un personaggio letterario, che ricorda molto da vicino uno dei più celebri avvocati dell’immaginario italiano:  l’Azzeccagarbugli di manzoniana memoria.

Non c’è però niente da ridere, perché, mentre Conte offendeva il buon senso e l’intelligenza di quelli che lo ascoltavano, c’era gente ancora immersa nel fango provocato dal cataclisma di Ischia. C’erano già, in tv e sul web, le immagini della famigliola distrutta, i volti sorridenti di chi non tornerà più.

Poi, nessuno nega la complessità dei problemi. Nessuno dice che è facile demolire dall’oggi al domani i 27mila abusi ischitani. Nessuno dice che è facile risanare un territorio violato, offeso, depredato da migliaia e migliaia di piccoli misfatti, che però, sommati insieme, fanno un vero crimine. Un crimine contro la vita, contro il territorio, contro la bellezza.

Che doveva fare un povero avvocato diventato presidente del Consiglio? Poteva innanzi tutto leggere più attentamente quello che stava firmando. Poteva anche documentarsi meglio. Poteva dire no alle lobby del mattone, che sono sempre all’offensiva. Oppure, se proprio non gli riusciva di fare tutte queste cose, una volta commesso l’errore, poteva almeno chiedere perdono. Oppure andarsi a nascondere da qualche parte. L’unica cosa che non poteva fare è proprio quella che ha fatto: negare l’evidenza e trincerarsi dietro formule astruse. Da Azzeccagarbugli, appunto. Tant’è che il videoflop che ha caratterizzato la sua partecipazione a “Mezz’ora in più”, rimarrà nella storia repubblicana, nel capitolo dedicato alle gags, alle gaffes e alle facezie varie.

Ha  anche ragione, d’altra parte, chi ritiene che le bugie siano essenziali per la politica. Che ne siano, per molti versi, la sostanza. Ma proprio per questo bisogna saperle raccontare. Evitando ad ogni costo di essere sorpresi come un qualsiasi Pierino a combinar marachelle sotto l’occhio vigile dalla maestra solerte.

Volendo richiamare un illustre precedente, potremmo ricordare quando, per fare fronte al disastro del Vajont, il governo di allora (era il 1963) decise di aumentare le accise sulla benzina. «È una misura temporanea», si disse all’epoca. Quelle accise non sono mai state tolte. Il fatto è che, mai come nella Prima repubblica, le bugie avevano le gambe lunghe. E i politici erano bugiardi sopraffini e geniali. Non si spiegherebbe altrimenti perché quel regime è durato quasi cinquant’anni, regalando anche un po’ di benessere e di arricchimento agli italiani.

Oggi invece siamo ben oltre la fine del benessere e in piena fase di impoverimento collettivo. È forse per questo che le bugie dei politici hanno le gambe cortissime. Anzi  inesistenti, visto che, come accaduto a Conte, i politici incauti finiscono subito sbugiardati in diretta tv.

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