L’ombra del M5S sul Pd senza identità

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Giuseppe Conte sta giocando con il Pd come il gatto con il topo. Si diverte a tenere la formazione di Letta sulla graticola, senza mai affondare il colpo e senza mai arrivare al punto di scatenare la guerra per la supremazia nel fronte dell’opposizione.

Emblematica la vicenda del mancato accordo sulla nomina dei presidenti delle due Commissioni parlamentari che spettano all’opposizione: il Copasir e la Vigilanza Rai. L’intesa doveva avvenire in questa settimana, ma se ne dovrà riparlare nella prossima. E non si sa nemmeno come andrà a finite. Il Pd rivendica per sé la strategica Commissione che controlla i servizi, ma il M5S gli oppone il nome del suo senatore Roberto Scarpinato, un ex magistrato palermitano che si è peraltro reso protagonista di un tremendo e incendiario intervento durante il dibattito sulla fiducia a Palazzo Madama. Il partito di Conte punta con questa mossa a due obiettivi: non riconoscere il ruolo del Pd di maggiore partito d’opposizione e tenere Azione/Iv fuori da ogni gioco.

Sarebbe una manovra velleitaria se il partito di Letta fosse una forza sicura di sé, determinata nonché capace di far valere la sua massa critica. Ma così non è. Il Pd è nel pieno di una transizione travagliatissima, con un dibattito precongressuale all’insegna dei colpi bassi e dei veti incrociati. Conte sa che in questo momento può tirare la corda con il partito rivale (e potenziale alleato) perché convinto di avere i numeri per imporre il M5S come campione dell’opposizione di “sinistra” al governo Meloni.

Per Letta e per i suoi, oltre che uno smacco, è un vero paradosso, dal momento che il partito di largo del Nazareno sarebbe l’erede perfetto della tradizione della sinistra italiana, la tradizione comunista, da un lato, e cattolico-progressista dall’altro. Nel Dna dei piddini ci sono Aldo Moro ed Enrico Berlinguer. Come si permettono, questi grillini scaturiti dalle gags di un comico, di rubare loro la scena e di proporsi come i veri rappresentanti dell’odierno progressismo italiano?

Il fatto è che gli errori del passato non sembrano aver insegnato nulla a Letta e soci. E per errori intendiamo naturalmente la disastrosa scelta governista che li ha condotti per nove anni  – salvo l’interruzione dell’esecutivo gialloverde – a essere sempre al governo senza aver mai vinto le elezioni, con il risultato di apparire ai loro tradizionali ceti di riferimento, quelli popolari, come una formazione votata esclusivamente  a occupare ogni spazio di potere disponibile.

Ma c’è anche dell’altro (e di più profondo) nella crisi del Pd: è lo smarrimento di un’identità e, contemporaneamente, di una capacità. L’identità è quella della sinistra, non più comunista, certamente, ma quantomeno socialdemocratica. La capacità è invece quella di far convivere l’anima movimentista con quella istituzionale. Anche quando, nei decenni passati, il “partito della sinistra” era al governo non perdeva mai il contatto con i potenti movimenti alla base della società. E parliamo di movimenti come quello sindacale, oppure come quello pacifista, delle cooperative, del volontariato, delle donne e altro ancora.

Gli eredi del Pci, furono particolarmente abili – come ha recentemente ricordato Ernesto Galli della Loggia–  ad applicare la lezione di Palmiro Togliatti prima e di Berlinguer poi , secondo i quali non bisognava mai avere seri competitori alla propria sinistra.

Ben poco, della vasta rete sociale e culturale, che un tempo circondava non solo il Pci ma anche la sinistra Dc, è rimasta a largo del Nazareno. E ben poco è rimasta anche della vecchia capacità di elaborazione politico-ideologica.

L’odierna identità debole del Pd è ben rappresentata dai due aspiranti leader che attualmente si contendono la scena: Stefano Bonaccini, da una parte, ed Elly Schlein, dall’altra. Sono tipi che più diversi non potrebbero essere, ma che proprio per questo ci parlano delle profonde incompatibilità, anche antropologiche, che agitano oggi il Pd. L’uno, Bonaccini, rappresenta il partito dei governatori, dei sindaci, degli assessori, dei bravi amministratori locali che sanno rapportarsi a imprese, burocrazie e piccoli-grandi potentati locali. L’altro, quello della Schlein, è il partito liquido delle nuove “soggettività” , che insegue i cangianti umori sociali, dalla galassia arcobaleno  alle Sardine, dai giovani seguaci di Greta Thunberg ai movimenticchi che compaiono (nella) e scompaiono (dalla) scena sociale.

Sia Bonaccinni sia la Schlein sembrano incapaci di una proposta politica in grado di superare il pragmatismo, da una parte, e gli effimeri moods metropolitani dall’altra. In un caso o nell’altro, il Pd rivela la sua identità, appunto, debole.

E  Conte maramaldeggia, incarnando il paradosso di un partito venuto dal nulla  ma dall’identità forte. Che si rivela capace di contendere efficacemente la scena dell’opposizione a un partito venuto, sì, dalla storia, ma che non sa più che cosa è e cosa vuole diventare.

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