Ci voleva la Meloni per dimostrare all’Ue che la destra è affidabile

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Chi si aspettava che le parole chiave del rapporto tra Unione Europea e governo Meloni sarebbero state una a scelta tra “rottura”, “scontro”, “separazione” è rimasto deluso. Se dovessimo trovare un termine che riassume i primi altalenanti mesi di relazioni tra la premier e le massime cariche di Bruxelles la prima parola che viene in mente è invece “mediazione”. Su tutti i dossier; migranti, fondi del Pnrr, manovra e tetto al prezzo del gas. Segnale di un rapporto non facile ma che entrambe le parti cercano di far funzionare. Con buona pace di chi a destra tifava per una resa dei conti con l’Europa matrigna e schiavista e di chi a sinistra invocava una crisi tale da mettere subito Giorgia alla porta per lasciare spazio all’ennesimo governo di tecnici (sostenuto ovviamente dal Pd, o quel che ne resta).

MIGRANTI

Partiamo dal tema più scottante, quello dove le posizioni tra Palazzo Chigi e le autorità europee – per non parlare degli altri paesi membri – erano più distanti. Ecco, va notato che proprio nei momenti peggiori della polemica con Macron la leader di FdI ha cercato la sponda di Bruxelles, che per una volta non ha sostenuto a spada tratta Parigi e ci ha aiutato a trovare una soluzione che, se pure non definitiva, almeno non ci mette in mora. Va poi ricordato che nei caldissimi giorni della Viking la commissaria europea agli Affari interni, Ylva Johansson, invece d’insultare l’Italia ammetteva che «la situazione nel Mediterraneo centrale non è più sostenibile», ricordando che nei primi dieci mesi del 2022 sono arrivati oltre 90 mila migranti, il 50% in più rispetto al 2021 e affermando che è necessario «prevenire le partenze irregolari». Né più né meno di quanto sostenuto dal nostro governo.

MANOVRA

Se sui migranti è stata l’Europa a fare un passo in direzione dell’Italia, possiamo dire che l’inverso è avvenuto per la discussione sulla legge di bilancio, sulla quale la Meloni, come una brava scolara, ha provveduto a correggere tutti gli errori che la Commissione aveva giudicato da matita blu in base alla bozza che era stata presentata. Quindi via le norme anti pos e l’innalzamento del tetto al contante, in nome di una collaborazione che nel nostro caso significa soprattutto assicurarci i fondi del Pnrr – in parte a fondo perduto e in parte concessi a condizioni che nessun creditore normale accetterebbe -.

TETTO SUL GAS

L’accordo sul gas sembra davvero uno dei frutti migliori della politica realista della Meloni – che va a Bruxelles decisa a chiedere ma essendo pure disposta a concedere -. A neanche una settimana dall’annuncio il prezzo del combustibile è sceso sotto i cento euro a Megawattora, addirittura meno di quanto costava nel dicembre 2021, prima che iniziasse il conflitto. Va però detto che l’accordo è stato raggiunto su una cifra alta (a 180 euro le bollette sarebbero comunque molto care) e che le somme rimangono comunque altissime rispetto a quelle, francamente ridicole, pagate dalle aziende che operano negli Stati Uniti, dove il gas continua a costare non più di 25 dollari. Inoltre la Commissione europea si è riservata il diritto di sospendere il meccanismo se questo rendesse troppo difficoltosi gli approvvigionamenti. Resta il fatto che il compromesso ottenuto sembrava comunque irraggiungibile per la contrarietà dei paesi del Nord Europa, e che la Meloni ha dimostrato che Mario Draghi non è l’unico leader in grado di ottenere qualcosa quando partecipa ai Consigli europei.

Insomma, questi primi mesi di relazioni tra la Meloni e la Ue potrebbero aver scontentato quasi tutti; i suoi supporter, chi non la sopporta e vorrebbe vederla tornare a fare politica alla Garbatella, i giornalisti alla ricerca di scontri epici e polemiche al vetriolo. Ma comportandosi così, restando fedele a sé stessa sapendo però quando è il momento di piegarsi, la Meloni sta davvero facendo gli interessi dell’Italia.

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