Il centrodestra ha riconquistato la Regione Lombardia con Attilio Fontana nonostante la spaccatura provocata dalla candidatura di Letizia Moratti con il Terzo Polo, e ha conquistato il Lazio con Francesco Rocca dopo il decennio di governo di Nicola Zingaretti. Abbiamo fatto un’analisi politica del voto con la giornalista e politologa Chiara Geloni, molto vicina a Pierluigi Bersani che è stata direttrice di Youdem, il canale televisivo del Pd, e oggi è responsabile del sito online di Articolo 1-Mdp.
Si aspettava questi risultati e una vittoria così netta del centrodestra tanto nel Lazio che in Lombardia?
“I risultati erano abbastanza prevedibili, alla fine non è accaduto nulla di diverso da ciò che mi aspettavo. Diciamo che non ho visto grandi sorprese”.
Sta continuando l’onda lunga del 25 settembre e la luna di miele fra Giorgia Meloni e gli italiani, oppure ci sono stati errori di strategia da parte del centrosinistra?
“Non parlerei proprio di luna di miele di fronte ad un astensionismo che sfiora il 60% con picchi a Roma addirittura del 70. Non la vedo proprio questa onda di destra di cui tutti parlano, visto che se andiamo a vedere i numeri, la Meloni alla fine non fa che confermare le percentuali del suo partito e della coalizione di centrodestra che ha raccolto alle ultime elezioni politiche. Mi sembra invece che continui a persistere una difficoltà strategica del campo progressista che del resto avevamo già visto il 25 settembre, e cosa ancora più grave che cresca in maniera drammatica il fenomeno del distacco fra questa politica e le persone che dovrebbe rappresentare. Mi è capitato di andare nei mercati e incontrare persone che non soltanto non sapevano chi votare, ma ignoravano che ci fossero le elezioni. Questo dimostra che c’è un’autoreferenzialità della politica, che non è più capace di raggiungere alcune fasce della popolazione. Penso che la gente debba essere messa almeno nelle condizioni di sapere che si vota e di poter esercitare una scelta”.
Il Pd ha sperimentato la politica dei due forni: si è alleato con il Movimento 5Stelle in Lombardia e con il Terzo Polo nel Lazio. Anche se entrambe le formule sono state bocciate, quale delle due ha dimostrato di poter funzionare meglio?
“Il Pd ha tenuto nelle percentuali, perché con un’affluenza così bassa può comunque contare su uno zoccolo duro e sul fatto di essere un partito strutturato. E’ molto difficile trovare una differenza all’interno di risultati comunque pessimi dappertutto, ma a Milano il centrosinistra vince, mentre a Roma no. In Lombardia si è anche registrata una minima crescita rispetto alle politiche. Mi pare evidente che sia andata molto peggio nel Lazio considerando che era una Regione amministrata dal centrosinistra, a differenza della Lombardia che era invece un terreno proibitivo”.
Nel Lazio l’errore sta forse nella candidatura di Alessio D’Amato che tanti nel Pd non volevano e che è apparsa debole sin dall’inizio?
“Non penso che il progetto di un’alleanza strategica fra Pd e Terzo Polo possa rappresentare una soluzione al problema. Una formula che a mio giudizio non consente al Pd di recuperare la capacità di intercettare le classi popolari e di essere credibile. Va detto che nel Lazio non ci sono mai state grandi personalità in gioco, ma certamente D’Amato non ha saputo interpretare il suo ruolo in maniera decisiva. Non l’ho visto crescere neanche durante la campagna elettorale, diversamente da Maiorino in Lombardia. Il dato di Roma città, che è tradizionalmente un voto d’opinione, è a dir poco impietoso per D’Amato”.
Nel Lazio Zingaretti era riuscito a creare il campo largo, che però in queste elezioni è andato in frantumi. E’ stata tutta colpa di Conte, oppure anche i dem hanno di che rimproverarsi?
“Da elettrice del centrosinistra mi sento di dare la colpa tanto al Pd che ai 5Stelle. Al di là delle singole questioni dove possono avere ragioni gli uni e gli altri, al di là di qualche conferenza stampa di Conte che è apparsa alquanto urticante per i dem, al di là della modalità della scelta del candidato così orgogliosamente rivendicata da Calenda che ha indispettito i 5Stelle, al di là della polemica dell’inceneritore che sin da luglio è stata gestita a colpi di mano alla ricerca del consenso, le responsabilità sono degli uni e degli altri, indistintamente. Del resto ho passato l’intera campagna elettorale a rimproverarli entrambi, visto che avevo anche firmato l’appello in extremis lanciato da Francesco Barca e da altri intellettuali a non andare divisi. Appelli che però sono caduti nel vuoto. Ora capisco che il giorno dopo le elezioni ognuno debba rivendicare i propri risultati, ma spero che da domani il Pd la smetta di vantarsi di aver battuto i 5Stelle e che Conte e company da parte loro la smettano di accusare i dem di aver voluto far vincere la destra. Non è quello che tanti elettori si augurano”.
Il Pd fra due settimane eleggerà il nuovo segretario. Lei andrà a votare e se sì per chi?
“Non parteciperò alle votazioni nei circoli perché ho scelto di non iscrivermi al Pd, ma voterò alle primarie per Elly Schlein perché condivido l’impostazione che ha dato alla sua candidatura. Una convinzione la mia che si è rafforzata ancora di più dopo la giornata di ieri, che dimostra inequivocabilmente la necessità di un cambiamento vero, con un Pd che sappia prendere in mano le decisioni circa la sua identità e le persone che vuole rappresentare. Penso che Elly Schlein sia la candidata che abbia maggiore credibilità da questo punto di vista”.
Ritiene possibile ancora la costruzione di un campo largo con dentro tanto i 5Stelle che il Terzo Polo, o considera inevitabile una scelta netta da parte del nuovo segretario?
“Io penso che il nuovo segretario non debba partire da chi vuole tenere dentro e chi fuori, ma da chi vuole rappresentare e debba individuare soprattutto quali risposte dare. Dobbiamo ripartire dai temi del lavoro e da quelli della pace, da non intendere come pacifismo astratto ma come reale intenzione della politica di lavorare per un ruolo forte dell’Italia all’interno delle sue alleanze, con l’obiettivo di costruire le condizioni per un ritorno del dialogo e del superamento delle ostilità, attraverso gli strumenti della diplomazia. Le alleanze poi verranno sui contenuti e non mi sembra neanche che siano così urgenti. Oggi l’imminenza non è vincere le elezioni che non ci saranno a breve, ma fare opposizione alla destra. Un’opposizione da condurre in modo giusto, intelligente, credibile, recuperando consenso fra la gente. Un’opposizione che finalmente faccia comprendere agli italiani che devono smetterla di pensare che la soluzione ai problemi stia nel votare le ricette della destra, o peggio ancora che non esista una soluzione, come purtroppo pensa la maggior parte delle persone che votavano centrosinistra e che oggi non votano più”.



