Regionali. Terzo Polo al massacro: quale futuro per Renzi e Calenda

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Il duo Renzi-Calenda ha toppato alla grande e pure di brutto. Il Terzo Polo è infatti la forza politica che in queste elezioni regionali ha fallito di più, soprattutto in termini di strategia.

Nel Lazio sono riusciti ad imporre la candidatura di Alessio D’Amato (accettata da un Pd in crisi e incapace di individuare delle alternative) sulla base di due presupposti entrambi sbagliati; la convinzione che le elezioni si vincessero al centro, quindi senza i 5Stelle ma rafforzando l’identità moderata del centrosinistra, e la certezza che i laziali premiassero l’impegno di D’Amato come assessore alla sanità durante la delicata fase della gestione della pandemia. Ma alla fine, come abbiamo più volte scritto, il “modello Lazio” in termini di efficienza delle vaccinazioni e della lotta al Covid, è stata una narrazione soltanto mediatica e molto poco concreta. E i risultati di queste elezioni lo hanno dimostrato, non soltanto con la netta vittoria del centrodestra, ma ancora di più forse con l’alto tasso di astensionismo che ha certificato quanto i cittadini percepiscano la Regione molto lontana da loro, quasi un ente inutile.

Ancora più fallimentare la scelta di candidare Letizia Moratti alla presidenza della Regione Lombardia: qui davvero si è raggiunto quasi il ridicolo, tentando di spacciare come alternativa a Fontana una candidata che fino ad ottobre è stata vicepresidente della Giunta regionale e che, stando ai rumors, si sarebbe dimessa per sfidare il governatore soltanto dopo aver visto sfumare definitivamente la possibilità di entrare nel governo Meloni come ministro in quota Forza Italia. Un fallimento che è stato aggravato anche dal tentativo non riuscito di svuotare il partito azzurro che invece ha tenuto, mentre Azione e Italia Viva si sono fermati al 4%. Un vizio antico quello di pensare di sconfiggere il centrodestra andando a pescare nel suo stesso bacino, candidando personaggi provenienti da quella stessa area: ci hanno provato in passato contro Berlusconi, e tutti quelli che la sinistra ha utilizzato per raggiungere lo scopo sono morti politicamente. Va dato atto al Pd di non essere caduto nella trappola e di non aver ceduto alle facili lusinghe di chi era convinto in questo modo di vincere. Fontana avrebbe vinto anche se tutta l’opposizione si fosse accodata alla Moratti, ma in questo modo almeno il Pd ha perso con dignità.

Alla fine Calenda ha dovuto candidamente ammettere la sconfitta, ancora di più dopo che il segretario lombardo di Azione Niccolò Carretta si è dimesso, chiaramente in polemica con i vertici nazionali, e rammaricandosi di non essere riuscito a contrastare le scelte prese dal partito e che ha definito “incomprensibili per gli elettori”. Una chiara e netta presa di distanza dalla candidatura della Moratti.

Il futuro si prospetta tutt’altro che roseo, e la sensazione è che, di elezione in elezione, il Terzo Polo sia costretto a subire altri risultati “sotto le aspettative” (anche alle elezioni politiche Calenda definì così la performance dei centristi). Stavolta il capo di Azione non ha potuto evitare di manifestare la sua anima radical chic, dicendo che gli elettori hanno sbagliato, e dimostrando di aver ereditato dal Pd quella superiorità morale che porta puntualmente i perdenti ad autoassolversi, nella convinzione che la colpa delle sconfitte sia sempre da ricercare nella presunta ignoranza dell’elettorato.

Che fare dunque? Al momento sembra che a Renzi e Calenda non resti altro che mettersi insieme, unendo definitivamente i rispettivi partitini, per trasformare due debolezze in una debolezza più forte. “La costruzione di un partito unico del centro riformista, liberale e popolare diventa ancora più urgente”, scrive Calenda su twitter. Renzi tace e fa parlare al suo posto Elena Bonetti che dichiara: “La costruzione di un partito unico del centro riformista, liberale e popolare va fatta adesso. Adesso, non domani”.

Intanto però il sindaco di Bergamo Giorgio Gori, che è stato un fedelissimo renziano e seppur rimasto nel Pd continua ad essere considerato molto vicino al leader di Italia Viva, accusa il Terzo Polo di aver commesso una sciocchezza nel decidere di appoggiare la Moratti, facendo imbufalire Calenda; che va detto è stato l’unico a metterci la faccia in queste ore, andando in televisione a giustificare la catastrofe elettorale. Forse perché è stato lui ad imporre la Moratti e Renzi ha subito la scelta? A pensar male si fa peccato, ma come diceva Andreotti molte volte ci si azzecca pure. Renzi infatti è intervenuto soltanto ieri sera, aggiungendo sale alle ferite e dicendo che comunque il vero banco di prova saranno le europee. Intanto però Repubblica rivela che il leader di Italia Viva ha già fatto capire che il nome di Calenda dovrà sparire dal simbolo e che il maggior numero di eletti sarebbe riconducibile a lui.

C’è poi da dire che ormai sembra destinata a fallire anche l’opa del Terzo polo su Forza Italia, visto che il partito azzurro sta tenendo botta: al punto che gli azzurri sono andati meglio di come i sondaggi avevano profetizzato, specie nel Lazio. In più i recenti acquisti delle ultime elezioni politiche, vedi la Gelmini e la Carfagna, non sembrano aver portato molto in termini di incremento consensuale. E’ altresì probabile che dopo il disastro di queste regionali possa essere Forza Italia a diventare invece una facile calamita per gli scontenti di Azione e Iv.

Alla fine il destino del Terzo Polo sembra proprio quello andato in scena in questa tornata elettorale: o alleati di un Pd che guarda al centro sperando nella vittoria di Stefano Bonaccini (che però ha già fatto capire che per ora di alleanze non ne vuole sentir parlare dedicandosi unicamente alla riorganizzazione del partito) o alleati di se stessi alla ricerca disperata di sponde a destra, come avvenuto con la Moratti in Lombardia. Ma comunque vada per ora è tutto un disastro.

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