Pd, Bonaccini colpito dalla “sindrome D’Alema”?

venerdì, 17 Febbraio 2023
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Stefano Bonaccini è affetto dalla “sindrome D’Alema”?

Ricordate quando nel 1996, alla vigilia delle elezioni politiche che sancirono la vittoria dell’Ulivo di Prodi, l’allora leader della sinistra andò in visita a Mediaset assicurando i suoi dirigenti che, in caso di vittoria elettorale, l’azienda televisiva del Biscione sarebbe stata tutelata in quanto “risorsa del Paese”? E ricordate quando D’Alema dichiarò che Berlusconi non era il male assoluto e che le riforme istituzionali andavano fatte dialogando e collaborando con lui? Ebbene, fu accusato dalla sinistra liberal e radical chic e dal suo organo di riferimento, La Repubblica scalfariana, di lavorare per il nemico; e quando Berlusconi vinse nel 2001, fu addirittura accusato di averlo resuscitato dopo la sconfitta di cinque anni prima, riportandolo al centro della scena.

Stesso copione anni dopo con Matteo Renzi, anche lui accusato da sinistra di filo-berlusconismo perché, nonostante il leader del centrodestra fosse stato escluso dal Parlamento dopo la condanna definitiva per frode fiscale, l’allora leader del Pd volle riceverlo al Nazareno per discutere con lui la sua idea di riforma della Costituzione e dell’assetto istituzionale del Paese.

Oggi anche Bonaccini, candidato alla segreteria del Pd e indicato come favorito dai sondaggi, si ritrova accusato di simpatie per il nemico, che non è più Berlusconi, ma Giorgia Meloni. Il tutto perché l’aspirante segretario, intervistato dal programma Coffee Break su La7, ha preso le distanze dalle campagne di delegittimazione contro la premier, con motivazioni che dovrebbero apparire quasi scontate.

Ma cosa ha detto di tanto grave Bonaccini? Ecco le sue parole: “Giorgia Meloni non è una fascista, è una persona certamente capace. Ha idee molto lontane e diverse dalle mie. Dovrà dimostrare di essere all’altezza di guidare un governo come quello italiano. Sono troppi pochi mesi che è partita. Anche quando critichiamo, io dico a tutti: usiamo misura nelle critiche”.

E poi ancora: “Noi siamo stati al governo quasi ininterrottamente per 11 anni e il problema è che poi dicono ‘perché non lo avete fatto voi’? Quindi ci vuole misura nella critica, anche se di critiche se ne possono fare. Sui balneari stanno facendo il contrario di quello che avevano promesso. Dal punto di vista della collocazione economica vedremo, ma mi pare abbia tutto l’interesse a stare dentro al patto atlantico da un lato e dentro a ciò che l’eurozona costringe dall’altro – ha continuato ancora il presidente dell’Emilia Romagna – Però, ripeto, sono partiti baldanzosi e ho l’impressione siano incorsi in qualche incidente di toppo e soprattutto voglio vedere come si comporteranno rispetto al tema Europa, perché Draghi ci sarebbe stato in quel vertice – tra Macron Scholz e Zelensky – E il fatto che l’Italia sia stata esclusa dal vertice più importante non è un buon segnale”.

Un’analisi che, all’indomani del disastro elettorale delle regionali, ci sta tutta. In fondo Bonaccini ha detto una cosa ovvia, ossia che la demonizzazione dell’avversario se basata unicamente sul pregiudizio e non fondata  anche sul merito delle critiche, non è destinata a produrre consenso. Come hanno dimostrato chiaramente le ultime elezioni politiche, con la continua denigrazione della leader di Fratelli d’Italia con l’accusa di essere fascista. E le critiche di questi primi mesi all’operato del governo sono apparse spesso sterili, motivate più dall’esigenza di dare addosso al governo e guadagnare titoli sui giornali, che da quella di offrire una visione alternativa agli italiani. E le elezioni regionali, con la netta vittoria del centrodestra (e di FdI in particolare) e l’alto tasso di astensionismo, hanno dimostrato che il Pd e la sinistra non convincono più, perché non hanno ricette da offrire al Paese reale.

Ma ecco che su Bonaccini sono piovute critiche a non finire. Non è ovviamente d’accordo la principale sfidante alla segreteria, ovvero Elly Schlein che ha subito preso le distanze: “Bonaccini dice che Meloni è capace? Non sono d’accordo. Altro che capace, il mio giudizio è molto negativo” come se riconoscere le capacità dell’avversario sia un delitto di lesa maestà, o peggio un tradimento politico. Riconoscere ad una persona di essere capace non vuol dire automaticamente condividere tutto ciò che fa, a meno che non si abbia quella superiorità morale tipica della sinistra che porta tanti suoi esponenti a considerare incapaci gli avversari soltanto sulla base di un mero pregiudizio ideologico, ovvero la convinzione che la capacità sia una prerogativa esclusiva della sinistra.

Ma ancora più duro è stato il leader della sinistra dem ed ex ministro Andrea Orlando, che ha detto: “C’è qualcosa che non va. Mettiamoci d’accordo compagni e amici. Se sosteniamo, io credo in modo sacrosanto, che la manovra di bilancio incentiva l’evasione, non aiuta l’economia reale e premia le rendite, colpisce i poveri e non affronta la crisi salariale. Se diciamo che il decreto Ong è contro la Costituzione, i trattati internazionali e il senso stesso di umanità. Se diciamo che esponenti del Governo, coperti dalla premier, si sono resi responsabili di comportamenti gravi e di un utilizzo inaccettabile delle istituzioni contro l’opposizione. Come si fa a dire contemporaneamente che sono capaci (di cosa?) o che sono meglio di quanto ci aspettassimo? Davvero, mettiamoci d’accordo compagni e amici”.

Ma ad Orlando, non è venuto in mente che il massacro elettorale delle regionali è proprio motivato dal fatto che i temi sopra elencati non interessano un tubo agli elettori? E che forse la gente si è stufata di sentire i soliti slogan del tipo “la destra sta con gli evasori” oppure “la destra ce l’ha con gli immigrati ed è razzista”? Non pensa arrivato il momento di rivedere, e magari cambiare, l’intera narrazione ideologica degli ultimi anni?

Una cosa è certa: il Pd si sta avvicinando all’appuntamento delle primarie più lacerato che mai, e con le idee parecchio confuse. Specie nell’ala sinistra che vede la candidatura della Schlein non decollare come molti speravano. La base infatti sembra schierata in maggioranza con il governatore emiliano, mentre per la sfidante che fa di tutto per apparire neo comunista, il consenso sembra arrivare soltanto dalle elìte, ovvero dai salotti liberal e dagli intellettuali. Quelli che per intenderci non hanno mai spostato un voto, ma anzi hanno portato quasi sfiga a tutti quelli che hanno benedetto. Ad ogni modo nel Pd sembra che la “sindrome di D’Alema” abbia già colpito e messo ancora più in crisi di identità un partito che da tempo non sa più né cosa è, né tantomeno cosa vuole essere.

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