Elly Schlein, scalata e comunicazione dell’anti-Meloni di sinistra

lunedì, 20 Febbraio 2023
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C’è una domanda che molti si stanno ponendo in vista delle primarie del Partito Democratico che dovranno eleggere il nuovo segretario: ma se non ci fosse stata la vittoria di Giorgia Meloni alle ultime elezioni politiche, e se alla guida del governo non ci fosse la prima donna premier venuta da destra, i dem avrebbero mai candidato Elly Schlein?”.

La domanda non è del tutto peregrina, se si pensa che l’ex eurodeputato e vice governatore dell’Emilia Romagna non era nemmeno iscritta al partito ed è stata candidata alle politiche come indipendente, provenendo da quel mondo movimentista che in qualche modo si è identificato, fino a non molto tempo fa, con le cosiddette sardine.

Serviva una donna, un’anti-Meloni di sinistra e così dal cilindro dei maggiorenti del Pd, da Letta a Franceschini finendo con Zingaretti ed Orlando, è uscita lei. L’obiezione è: ma non c’era già Paola De Micheli candidata? Perché non puntare su di lei? O magari su un’altra delle tante donne dem che in questi anni si sono fatte strada nel partito, da Debora Serracchiani ad Alessia Morani, passando per Alessandra Moretti o Roberta Pinotti?

No, serviva un volto nuovo, una combattente, grintosa e tosta, una Meloni di sinistra, “cazzuta” al punto giusto e soprattutto efficace dal punto di vista della comunicazione. Una candidata da costruire in laboratorio, modellata su misura con il dna e le caratteristiche esattamente opposte, ma sostanzialmente simili, a quelle della premier.

E’ dal dopoguerra che la sinistra si ritiene il partito dell’emancipazione femminile, e non è stato certamente facile accettare che sia stata la destra in tutti questi anni ad aver dimostrato con i fatti, e non con gli slogan, di credere nelle donne e favorirne l’ascesa ai posti di comando. Oltre alla Meloni, prima donna premier della storia d’Italia, c’era stato il precedente di Renata Polverini, prima donna alla guida di un sindacato, l’Ugl, ovviamente di destra. Poi sono arrivate le varie Camusso a sinistra, ma è stata proprio l’ex governatore del Lazio a rompere anche nel mondo sindacale il tabù del predominio maschile.

Ecco quindi anche stavolta l’esigenza di contrapporre alla Meloni una candidatura antagonista e speculare. E va detto che Elly Schlein ce la sta mettendo tutta per svolgere al meglio questo ruolo, anche se a giudicare dai sondaggi sembrerebbe destinata ad essere sconfitta da Stefano Bonaccini.

Se Giorgia Meloni interrogata ripetutamente sul fascismo e invitata a prenderne le distanze, ha sempre rivendicato la sua giovane età e il fatto di non essere mai stata fascista in vita sua avendo conosciuto il fascismo soltanto sui libri di storia, Elly Schlein è sembrata seguire la stessa impostazione nei confronti del comunismo, non condannando l’ideologia ma facendosi scudo del suo non essere mai stata comunista.

La Meloni usa linguaggi sovranisti e identitari rinominando i ministeri, si professa orgogliosamente donna, italiana. madre e cristiana, vede nell’identità nazionale il collante di tutte le tradizioni e soprattutto il motore della nuova destra conservatrice; la Schlein parla un linguaggio speculare ma opposto, cosmopolita, da “cittadina del mondo”, è donna ma non eterosessuale, non è cristiana ma laicista, non crede nell’identità nazionale ma in un concetto di inclusività intesa come difesa di tutti i diritti; dall’aborto all’eutanasia, dalle unioni Lgbt alla legalizzazione della cannabis, non è per la difesa delle tradizioni ma per il multiculturalismo.

L’operazione che sta tentando la Meloni è la costruzione di una moderna destra conservatrice capace di coniugare lo sviluppo sociale, economico, ambientale all’interno della parola sovranità, laddove questo termine vuole significare la difesa della propria storia, cultura, identità dalle invasioni di campo di organismi esterni, che tentano di imporre trasformazioni incompatibili con le nostre radici e tradizioni; la Schlein sull’altro fronte punta invece a recuperare il massimalismo di sinistra colorandolo di ideologia green, di fatto interpretando i cambiamenti economici, sociali e civili in un’ottica di salvaguardia del pianeta. Con la lotta di classe soppiantata dalla lotta per il clima e con la transizione ecologica utilizzata come grimaldello per un moderno statalismo di sinistra, che porti a rivedere e superare anche concetti prettamente capitalistici e liberisti come la difesa della proprietà privata, della libertà di impresa o la liberalizzazione del mercato del lavoro.

Stefano Bonaccini resta favorito, ma va detto che la Schlein gli sta tenendo testa e non è detta l’ultima parola. A Roma e provincia per esempio è in testa nel voto dei circoli grazie probabilmente all’appoggio dei big laziali, ad iniziare dall’ex governatore Zingaretti e dal leader di AreaDem Franceschini. Stesso discorso anche a Milano e provincia. E adesso la parola passa ai gazebo delle primarie dove potranno votare tutti, anche chi non è iscritto al partito. E a due settimane dal disastro delle regionali nel Lazio e in Lombardia il malcontento è forte, e non è da escludere che possa trasformarsi in voto di protesta, visto che la Schlein per quanto appoggiata da pezzi consistenti dell’attuale dirigenza, è considerata un’outsider e vista da più parti come un candidato di rottura.

Se vincerà avremo uno scontro tutto al femminile, fra due donne, Meloni e Schlein che per quanto opposte ideologicamente sono però incredibilmente simili. Perché anche Giorgia iniziò la sua carriera da outsider arrivando dalle periferie romane (in questo è diversa dall’altra cresciuta nelle Ztl), dalla gavetta, scalando la guida del movimento giovanile e facendosi strada in Alleanza Nazionale a suon di gomitate. Entrambi combattive, testarde, veraci, animate da autentiche passioni giovanile, figlie del movimentismo di piazza, desiderose di cambiare le cose seppur da due punti di vista contrapposti. E se la Meloni è riuscita con coerenza, coraggio, caparbietà ad arrivare alla guida della destra italiana superando il berlusconismo, la speranza a sinistra è che la Schlein possa definitivamente archiviare la lunga stagione del renzismo e del post renzismo che ha comunque determinato le sorti del Pd; prima con il dominio di Renzi, e poi con il tentativo di de-renzizzare il partito da parte dei vari Zingaretti e Letta, ma senza alcuna capacità di offrire al Pd una nuova e chiara identità.

Ci riuscirà ora la Schlein? Se vincerà, come si comporterà nei confronti dei dirigenti che la stanno appoggiando e che sono responsabili delle ultime dolorose confitte? E se la Meloni per essere se stessa ha dovuto abbandonare il Pdl e ripartire da zero costruendo un nuovo partito dal nulla e di fatto andando allo sbaraglio, come pensa Elly di poter trovare un’identità in un partito “armata Brancaleone” dove convivono idee e strategie in perenne contraddizione fra loro? Se vincerà la sfida con Bonaccini, sarà comunque una sorpresa e la politica italiana potrà conoscere una nuova stagione tutta da scoprire e decifrare.

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