Lo scioccante sondaggio sui medici in Italia

mercoledì, 22 Febbraio 2023
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Un medico ospedaliero su 3 è disposto a cambiare lavoro per avere più tempo libero e stipendi migliori. I medici più avanti con l’età chiedono anche una maggiore sicurezza sul lavoro. La fascia di età che si sente più in crisi è tra i 45 e i 55 anni. Sono i dati salienti che emergono dal sondaggio eseguito dal 30 gennaio al 10 febbraio da Anaao-Assomed, il maggior sindacato dei medici ospedalieri, a cui hanno risposto 2130 tra medici e dirigenti sanitari.

Più della metà di essi è insoddisfatta delle condizioni del proprio lavoro e uno su 4 anche della qualità della propria vita di relazione o familiare. Un sintomo inequivocabile di quanto il lavoro ospedaliero sia divenuto causa di sofferenza e di alienazione. Pesano ancora, evidentemente, i due anni tragici della pandemia. Un’insoddisfazione che cresce con l’aumentare dell’anzianità di servizio e delle responsabilità anche in mancanza di riconoscimenti professionali che il nostro sistema, però, non riesce a garantire.

Per quanto riguarda i cambiamenti desiderati, molti chiedono incrementi delle retribuzioni e una maggiore disponibilità di tempo con una prevalenza del fattore tempo per le donne sugli uomini, che invece mirano, in maggiore misura, a retribuzioni adeguate. Si evidenzia anche come per gli ultra 65 sia prioritaria una maggiore sicurezza sui luoghi di lavoro rispetto ai colleghi più giovani. Al contrario, l’esigenza dei giovani di una maggiore disponibilità di tempo per la famiglia e il tempo libero è più alta rispetto ai colleghi con maggior anzianità di servizio. In generale, l’aumento delle retribuzioni e del tempo libero hanno un peso maggiore nelle aspettative rispetto alla progressione di carriera.

«La domanda finale sul futuro del proprio lavoro registra risposte che rappresentano il segnale inquietante della crisi della più antica professione di cura – spiegano i vertici del sindacato – un medico su tre, come detto, tra i 45 e i 55 anni, appare disposto a cambiare il lavoro attuale. Il 20% degli intervistati si dichiara ancora indeciso, segno del fatto che almeno una volta si è interrogato sul futuro della professione e sul suo ruolo all’interno del sistema. Forte è il rischio che, procedendo la sanità pubblica per la strada del definanziamento e della privatizzazione, vadano ad accrescere le fila delle migliaia di desaparecidos che già oggi abbandonano la professione in cerca di altri lidi o di altri lavori. Se guardiamo alla collocazione geografica – continua l’Anaao-Assomed – non sorprende che la crisi della professione sia più sentita al sud rispetto al nord: si va dal 53,6% del nord, passando al 56,3% del Centro per finire con il 64% di insoddisfatti al Sud e nelle isole. Ma il dato appare talmente diffuso da configurare quasi una patologia endemica con la quale convivere e per la quale non esiste vaccino o terapia».

Secondo il sindacato la terapia esiste e non è solo di carattere economico. Intanto per recuperare il divario accumulato con le altre nazioni occorrerebbe incrementare annualmente il FSN di 10 miliardi di euro, perché pesa il fatto che l’Italia spende solo il 6.1% del Pil per la sanità, la cifra più bassa tra i paesi del G7, ben al di sotto della media europea di 11.3%, con il costo della sanità privata pari al 2.3%, poco sopra la media europea. Poiché il sistema di cure universalistico non appare in grado, per come è oggi, di reggere l’onda d’urto di nuove patologie infettive o della epidemia e delle patologie croniche che accompagnano il sensibile aumento della aspettativa di vita bisogna cambiare organizzazione e scelte politiche.

«Occorre immaginare un nuovo modello che tenga nella dovuta attenzione la presa in carico del paziente, sia cronico sia in acuzie, aumentando posti letto e personale e implementando quella medicina di prossimità che appare oggi sempre più teorica, liberando i professionisti dalla medicina di carta che sottrae tempo alla cura. Per uscire dall’attuale crisi professionale – conclude l’Anaao-Assomed – il lavoro deve essere vissuto come fattore di cambiamento, mezzo per recuperare l’autonomia nel leggere le necessità del paziente. Serve una profonda riprogrammazione strategica delle politiche sanitarie, un cambio di paradigma che realizzi un netto investimento sul lavoro professionale, che nella sanità pubblica rappresenta il capitale più prezioso. Altrimenti anche il Pnrr rappresenterà l’ennesima occasione perduta».

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