Schlein. Con lei risorge il Pds: il Partito Di Sanremo. Tutti i suoi vulnus

martedì, 28 Febbraio 2023
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Possiamo chiamarla l’Obama in gonnella. Ricorda come postura e lessico le femministe degli anni Settanta: quel tanto di integralismo ideologico, acidume, rabbia, livore contro i maschi “viriloidi” (per definizione fascistoidi), approccio da suora laica sorridente, nella sostanza cattivella. La classica radical che parla dalla zona Ztl di lavoratori, disoccupati, migranti e fame nel mondo.

Se la comunicazione non è un’opinione, Elly Schlein, nella sua prima conferenza da vincitrice, ha veicolato trionfante messaggi scaduti da un pezzo.

E avrà due grandi problemi. Primo: rottamare sul serio quella parte di cupola-dem che l’ha cooptata (Franceschini, Zingaretti, Orlando, Boccia e company). Domanda aggiuntiva: emarginerà le altre donne che non hanno avuto la fortuna di conquistare come lei la leadership, troppo ancorate agli uomini che le hanno guidate finora (Morani, Serracchiani, Ascani, Malpezzi)? Come farà in futuro, lei che si è iscritta al Pd solo due mesi prima delle primarie a combattere veramente la casta?

Una cosa è certa: la sua investitura (pur gradita dall’alto) è venuta comunque dai cittadini, non dagli iscritti, dai circoli, che hanno espresso la loro preferenza per Bonaccini.
Lo scontro, inesorabilmente sarà quindi, tra il “partito-struttura” e il “partito movimento-mediatico”. Qualcuno già dice che il Pd è morto.

Secondo problema: visto che il suo manifesto programmatico da neo-segretaria è stato massimalista, andrà plasticamente a sbattere con Conte, che mira da mesi a rappresentare la sinistra doc, moralista, giustizialista, populista, ecologista, recovery.
I due partiti rischiano di essere doppioni: pure la Schlein ha affermato di volere coniugare povertà, immigrazione, uguaglianza, diritti civili, ecologia (si legga transizione energetica), anti-razzismo, anti-fascismo. Un rebus non da poco.

Come riusciranno a dialogare, ad allearsi? Si vampirizzeranno a vicenda? La nuova gestione di via del Nazareno si annuncia effervescente, scoppiettante, ma rischia di lasciare un enorme vuoto nel centro-sinistra laico, liberal-democratico, occupato ora dal Terzo Polo (Renzi-Calenda); quel centro-sinistra orfano del vecchio progetto ulivista. E non vorremmo metterci nei panni dei catto-dem, costretti ad essere rappresentati da una laicista indomita, militante del gender e dell’ideologia Lgbt.

Sì perché ha ragione Aldo Di Lello; con lei il Pd perde inesorabilmente la sua vocazione maggioritaria (come da precetto costitutivo veltroniano e poi renziano, il partito della nazione), nel nome di un’identità-fortezza, più fucsia-verde che rossa. Se vogliamo dare una definizione al suo partito il Pd tornerà Pds (prima declinazione post-comunista): Partito Di Sanremo.

Una cosa almeno la nuova leader l’ha ottenuta: ha evitato che la Meloni scippasse definitivamente il femminismo alla sinistra (quelle battaglie che il Pci-Pds-Ds-Pd ha portato avanti e che, paradossalmente, si è visto anticipare dalla destra politica).
Da adesso in poi, infatti, ci sarà lo scontro tra due donne, toste, coriacee, coraggiose, una più popolare (la premier), l’altra più borghese (la Schlein), protagoniste e amplificatrici di due visioni opposte di società.

La Meloni, appena appresa la notizia della vittoria della Schlein, come noto, ha inviato un messaggio inclusivo: “Spero che l’elezione di una giovane donna alla guida di via del Nazareno, possa aiutare la sinistra a guardare avanti, e non indietro”. “Incomunicante”, invece, la risposta della nuova segretaria dem: “Saremo un bel problema per la Meloni”. Segno che farà opposizione dura.
Fingerà di andare avanti, andando indietro. Si è visto subito con la sua narrazione, a proposito della rissa fiorentina tra giovani di destra e collettivi: il ritorno degli anni Settanta: “Il governo tace di fronte all’aggressione squadrista”. Termini ed evocazioni da anni di piombo. Parafrasando Obama, non proprio un “nuovo inizio”.

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