Il regista della Schlein: Bettini e la strategia della “comunità democratica”

lunedì, 6 Marzo 2023
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Adesso è sempre più chiaro. Gli osservatori si sono impegnati allo spasimo per individuare le ragioni della inaspettata e sorprendente vittoria della Schlein, grazie al voto dei cittadini, che ha ribaltato il consenso in prima istanza dato a Bonaccini dalla struttura (gli iscritti, i circoli).

Per qualcuno è stata la volontà dei poteri forti, del capitalismo globalista riverniciato, delle lobby (verdi), del mainstream alla Sanremo (Lgbt); per qualcun altro, la definitiva svolta laicista; per qualcun altro ancora, la radicalizzazione a sinistra del Pd (operaismo, femminismo, sindacalismo). Per dirla alla Obama: “Un buon inizio … “antico”.
Niente di tutto questo: lei è stata il frutto fisico di un’operazione congegnata dall’alto da Goffredo Bettini, la mente raffinata, il manovratore storico di ogni trama dei neo-post-comunisti.

Bettini, è noto, da anni sostiene la necessità di un’alleanza tra Pd e grillini, nel nome di un nuovo fronte popolare, populista, tosto, capace di mediare tra la tradizione della sinistra e il “partito radicale di massa”. Fin quando c’era Letta da un lato, e Conte dall’altra, era estremamente difficile.
Adesso, con le nuove posizioni immediatamente espresse dalla nuova leader dem, le nubi sembrano dissolte. E si è visto alla manifestazione antifascista, dopo la rissa tra studenti a Firenze. Un’intesa che lascia ben sperare tra 5Stelle e Pd: un faccia a faccia durato un’ora e mezza tra lei e Conte a prova di telecamere (con le rispettive bocche ben coperte dalle mani). Intesa prossima ventura con due varianti non da poco: chi vampirizzerà chi? E poi, il funerale del centro-sinistra di matrice ulivista, prodiana, veltroniana, con annessa vocazione maggioritaria di via del Nazareno. Quel mastice fondativo che portò nel 2007 le componenti (Margherita – liberali, post-cattolici di sinistra – e post-comunisti) a partorire il Pd.

Spazio che dovrà occupare, ovviamente, il Terzo Polo, a patto che sappia intercettare quel ceto moderato, liberal-democratico ancora senza veri e solidi punti di riferimento.
La parola chiave, molto furba, ma anche efficace, che dal suo insediamento sta utilizzando con enfasi strategica a 360 gradi la Schlein è “comunità democratica”.
Un modo interessante per conciliare capra e cavoli. Capra movimentista, ossia, il recupero di quel mondo del volontariato, dell’associazionismo, dell’ecologismo, del pacifismo, che finora il partito si era perso per strada, diventando gradualmente e inesorabilmente sinonimo di status quo, di ceto garantito, privilegiato, politicamente e culturalmente corretto, di banche e alta finanza (la famosa Ztl). E cavoli organizzativi: la burocrazia che in larga parte ha preferito scegliere alle primarie Bonaccini, gli amministratori, i grandi vecchi, le donne che hanno fatto gavetta grazie ai mentori maschi o alle quote rosa (modello-Malpezzi, Serracchiani, Ascani etc), esclusi i padrini della stessa Schlein: Orlando, Franceschini, Zingaretti, Bersani.

Che fine faranno quest’ultimi? Si accontenteranno di accompagnarla nella reale rottamazione, ben diversa da quella virtuale annunciata in pompa magna nel 2010 da Renzi? Oppure resteranno alla finestra, facendole fare il lavoro sporco, in attesa del loro ritorno?

Altro vulnus, i temi: come risolverà la nuova icona della comunità democratica l’argomento-armi all’Ucraina, gli ordini di Bruxelles, i termovalorizzatori etc? Vedremo. Per ora la Schlein sta preferendo il protagonismo mediatico (Cutro, Firenze), per partire lancia in termini di visibilità anti-Meloni.
Ma se si limiterà a fare da controcanto alla premier, il rischio è che gli italiani continuino a scegliere l’originale. La “mistica delle dimissioni” ripetutamente chieste riguardo i ministri non graditi, è stata già delegittimata, svuotata da Palazzo Chigi: “Le opposizioni le chiedono ogni giorno, non è una notizia”.
E un Pd estremista potrebbe collassare: è la “sindrome-Fioroni”, che farà cascare molti altri petali d’ora in avanti.

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