Appalti, l’Italia del (non) fare contro il nuovo codice

venerdì, 31 Marzo 2023
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Appalti, in questa settimana di fine marzo è entrato in vigore il nuovo codice. La promessa del governo (e in particolare del ministro delle Infrastrutture, Matteo Salvini) è di sbloccare tanti cantieri fin dall’inizio del prossimo mese. Speriamo che non sia un pesce d’aprile.

Scetticismo o scaramanzia? Dipende dai punti di vista. Il fatto è che l’Italia delle opere pubbliche (grandi o piccole che siano) realizzate in tempo record, l’Italia veloce e sburocratizzata, l’Italia dalle infrastrutture ammodernate, l’Italia dei territori rimessi in sesto, insomma l’Italia del fare, continua a essere percepita come un sogno proibito, una sorta di utopia sublime quanto irraggiungibile, un mito per poveri illusi.

Le potenze del non fare, l’incoercibile forza dell’inerzia, l’eterna palude burocratica  risultano vincenti da decenni. È un mondo alla rovescia quello proposto dagli apologeti dell’inerzia. È l’accidia travestita da ideologia del sospetto. L’ideologia secondo la quale, dagli appalti, escono sempre fuori mazzette. Meglio vedere l’Italia in malora, che favorire le forze della corruzione in agguato perenne. Meglio un ecologico sentiero per capre che un tunnel in una montagna. Meglio la bolletta salata che le trivelle adriatiche. In realtà, a dispetto dei neogiacobini in servizio permanente effettivo, sono proprio l’iperburocrazia e i supercontrolli a generare la corruzione, perché, più aumentano i passaggi amministrativi, più aumentano anche i soggetti potenzialmente corruttibili.

A dunque, è bastato l’annuncio del governo sull’imminente «deregolamentazione e velocizzazione delle procedure» per risvegliare tutta la potente Italia del non fare, a partire dalle opposizioni: se il Pd giudica «preoccupante» il decreto legislativo approvato dall’esecutivo, il M5S promette addirittura «barricate in aula».

Contro il nuovo codice degli appalti s’è schierata anche la Cgil. Ed è un fatto a dir poco singolare: l’organizzazione guidata da Maurizio Landini si scaglia contro un provvedimento che, tra i suoi vari effetti, dovrebbe produrre anche nuova occupazione e la ripresa di interi settori produttivi. Strana l’idea dell’interesse dei lavoratori proposta in questa occasione dal sindacato “rosso”.  Evidentemente l’ideologia dell’accidia  ha contagiato anche alcune storiche rappresentanze dei “produttori”.

Nessuno può d’altra parte prevedere fino a che punto sarà effettivamente riattivata l’Italia del fare e quanti saranno realmente i cantieri che verranno aperti (o riaperti). Certo è però il fatto che l’occasione è imperdibile, non foss’altro perché in ballo ci sono i fondi del Pnrr, risorse che proprio quest’anno dovrebbero affluire in modo cospicuo. Va da sé che, in questo momento, risulta quanto mai necessario farsi trovare pronti, anche e soprattutto grazie a un codice degli appalti all’altezza della sfida.

Anche per il governo si tratta, per la verità, di un’occasione unica . Innanzi tutto per radicarsi ancora di più tra i ceti produttivi del Paese. E in secondo luogo per dare a tutti un segnale di risveglio italiano.

Il più interessato di tutti è Salvini. E non solo perché parliamo del ministro delle Infrastrutture, ma anche per ragioni legate al suo essere leader della Lega. Per Matteo si tratta infatti di recuperare consensi tra gli imprenditori del Nord, vocazionalmente interessati a cantieri e appalti. Ma si tratta inoltre, e soprattutto, di cambiare postura politica, di non essere più percepito solo come il rappresentante dell’Italia impaurita dall’immigrazione, ma come il campione dell’Italia che torna a ricostruire le proprie strutture viarie, portuali, territoriali: l’Italia del fare, appunto. E vale la pena sottolineare che, all’accreditamento di questa nuova immagine politica di Salvini, rientra anche il rilancio del “sogno” del ponte sullo stretto di Messina. Vedremo se, come e quando, un simile sogno diventerà mai realtà.

Certo, Matteo a parte, viene il magone a pensare come, in pochi decenni, sia cambiato (in peggio) lo spirito italiano riguardo alle opere pubbliche. Basterà ricordare che ci vollero solo tre anni (tra il 1958 e il 1961) per realizzare il tratto autostradale tra Bologna e Firenze, un’ottantina di chilometri tra tunnel e viadotti. E che ce ne vollero almeno trenta (tra la metà degli anni Ottanta e il 2015) per costruire solo la variante di valico, appena una trentina di chilometri tra Barberino di Mugello e Marzabotto.

Intendiamoci, non che il nuovo codice degli appalti sia il ricostituente dello spirito di ricostruzione. Purtroppo l’Italia del non fare rimane forte, anche perché è annidata nello scetticismo nazionale. Ma almeno è lecito sognare. Attenzione però, anche i sogni possono risultare costosi. Pensiamo solo a tutti i progetti finanziati. E mai realizzati. Quindi è bene che lorsignori  si diano una mossa. Con il codice e, oltre il codice, con la buona politica.

 

 

 

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