Che bellezza quando gli studenti gridavano: “Siate realisti, chiedete l’impossibile”; oppure, “fantasia al potere”, oppure “assalto al cielo”.
In quegli slogan c’erano una postura, una aspirazione ideale, un sogno, tante utopie. Eravamo (c’ero anche io) collettivamente dimensionati, proiettati, verso il pubblico. Ogni cosa, infatti, era pubblica: politica, cultura, relazioni, sport, divertimento, sesso, sentimenti, musica. Erano per noi, tutte declinazioni di una visione precisa di società. In particolare, volevamo cambiare il modello borghese, capitalistico, troppo filo-Usa della Repubblica, nel nome di un’Italia più pulita, più libera, più autentica, più giusta. E nello stesso tempo volevamo uscire, ma non ci siamo riusciti, dalla logica della guerra civile e della guerra fredda (voluta e imposta dall’alto).
Poi, i ragazzi di destra scelsero la rivoluzione antica (Dio-patria-famiglia) e quelli di sinistra, il marxismo, l’internazionalismo proletario, il materialismo storico. Ma mantenevamo collegialmente una mentalità anti-parlamentare (altro slogan: “Non delegare, lotta”).
E dal post-sessantotto, siamo velocemente passati agli anni di piombo, ai morti per le strade, a una generazione che si è spaccata, divisa, lacerata. E inesorabilmente, l’idealismo si è trasformato in integralismo, il lato oscuro dell’ideologia. Un male, un tarlo, che si ripropone sempre con maschere nuove: ecologismo, laicismo, vaccinismo, bellicismo etc.
Quel “tutto pubblico, politico”, come noto, è gradualmente diventato “tutto è privato” (il famoso riflusso, l’individualismo edonistico, consumistico, la società delle pulsioni dell’io). Al punto che ora si sono visti i risultati: gli studenti sono stati inspiegabilmente fermi dentro casa, durante la gestione etico-sanitaria del Covid, pur di fronte a compressioni, a gravissime limitazioni delle libertà costituzionali; e di fronte alle armi all’Ucraina, sono ancora immobili, quando invece la Contestazione è scoppiata per il pacifismo globale contro la guerra in Vietnam.
Giovani sul divano che specialmente da qualche anno, hanno come massima aspirazione lo “slogan” “né studio-né lavoro”; preferiscono la paghetta del reddito di cittadinanza e semmai, fanno qualche rissa riesumando simboli e lessico da anni Settanta (gli scontri nei licei, situazioni strumentalizzate dalla politica che ha l’interesse a ritornare a quelle tifoserie unicamente per recuperare voti e consensi).
Giovani in crisi profonda. Lo dice uno studio dell’Istituto di Ricerche economiche e sociali dell’Emilia Romagna. Il 28% ha manifestato disturbi alimentari, il 14% ha compiuto atti auto-lesionistici, il 10% fa uso di droghe e il 12% fa abuso di alcol.
Ovviamente è l’effetto di un problema che sta a monte. E finalmente le istituzioni stanno avviando campagne specifiche per introdurre la figura dello psicologo nelle classi.
Ma un tale professionista delle mente, riuscirà a invertire la tendenza, se il contesto sociale e culturale è alla deriva?
Oltre a modelli ansiogeni, competitivi, basati sull’immagine, sull’apparire, sulla forma estetica, legati all’immaginario partorito dai new media e dai social, c’è un tema che in pochi affrontano.
Se i giovani vivono in realtà parallele, non sanno governare emozioni e relazioni, si chiudono in bolle autoreferenziali e autocentrate, sfiorando l’anaffettività, perché non analizziamo, approfondiamo, anche il ruolo della famiglia oggi?
A guardare bene le stesse famiglie, non più capaci di essere agenzie di senso, comunità pedagogiche, esprimono i medesimi vulnus.
Pure le madri e i padri, salvo rarissime eccezioni, vivono dentro bolle autoreferenziali, autocentrate, spesso infantili (la famiglia del Mulino Bianco, la fiaba modello “un figlio un cane-peluche”).
La ricerca, inoltre, ha evidenziato un dato allarmante, che attiene alla non comunicazione tra generazioni. “I giovani mentono ai padri, alle madri, ai nonni, non in quanto attori protagonisti di altre dimensioni dove si realizzano (come era prima: il quartiere, la politica, lo sport, l’associazionismo, il lavoro), ma per non dover gestire l’angoscia dei genitori”.
Ecco il punto: l’angoscia dei genitori. Si tratta proprio della generazione dei 40-50enni (figli del privatismo, del riflusso). Genitori incapaci di essere autorevoli, generatori solo di ansia, paure, frustrazioni, che trasmettono quotidianamente ai figli. Durante il Covid ne abbiamo avuto una dimostrazione esplicita. Una vera e propria paranoia di massa ha caratterizzato il “nuovo cittadino disinfettato”, voluto da Speranza e company. Dove l’unico rifugio, falso, ma dorato, era la casa.
Allora una proposta per questi genitori: lo psicologo obbligatorio. E non insieme ai figli.



