Centro di “sgravità” permanente. Ossia, la storia paradossale di un centro ormai “sgravato”, che sulla carta tutti vogliono, tutti desiderano occupare, ma che alla lunga, nessuno riesce a sopportarne il peso, a liberarsene, a farlo fruttare.
Nel senso che dai cattolici (figli dell’esperienza dc) ai liberal-progressisti (il Terzo Polo), resta un’ambizione, una costruzione letteraria che magari parte bene, e finisce sempre male; un sogno triturato dal bipolarismo italico definitivamente radicato, anche se non privo di vulnus, come le opposte tifoserie che hanno sostituito le appartenenze, e la mancanza di un collante vero in grado di amalgamare, armonizzare le varie sensibilità.
Il duello, il rapporto di amore-odio tra i due dioscuri Renzi e Calenda, alla prova dei fatti, ha confermato la regola. Partiti, lancia in resta, con un buon 7,7% alle politiche del 25 settembre, stando alle ultime fibrillazioni, ora sono in grande difficoltà.
Di solito, la vulgata tende a collocare al centro i moderati, invece Azione e Italia Viva sono riusciti nell’operazione di mandare a destra i cattolico-liberali e a sinistra i progressisti (ex-Ulivo), rappresentando gli arrabbiati, i delusi dai sovranisti, dai populisti e dai sinistri doc, e gli indecisi.
Ma poi, le consultazioni regionali (Lombardia, Friuli) hanno ridimensionato il progetto. Portando in superficie ambizioni, conflittualità sotterranee e personalismi mai sopiti tra i due leader, dotati di una personalità simile in quanto ad ambizione, narcisismo, furbizia e mestiere (in questo in buona compagnia), e quindi, incompatibili, destinati prima o poi, dopo un iniziale flirt rassicurante e costruttivo, a deflagrare, a dividersi, divorziare.
Eppure le premesse sembravano le migliori: Renzi che (stranamente) fa un passo indietro e Calenda che gestisce da par suo la campagna elettorale, distinguendosi per buon senso, razionalità, piglio fermo, gentile, e capacità di interpretare (“sul serio”) un paese stanco degli “anti”, dando vita tra l’altro, rispetto al governo Meloni, a una strategia di opposizione costruttiva, totalmente nuova e originale, distinguendosi dal “frontismo” ideologico e massimalista del Pd (versione Schlein) e dei grillini.
Poi, qualcosa si è rotto. Renzi da dietro le quinte ha cominciato a tramare. Frenando sul processo costituente del partito unico del Terzo Polo, demandandone la responsabilità ai molteplici congressi locali e a interminabili assemblee preparatorie. E’ evidente che non vuole rinunciare al finanziamento pubblico. E come se non bastasse, l’incarico in perfetto conflitto di interessi, di direttore del Riformista, ha fatto inviperire Calenda che invece, dal canto suo vorrebbe accelerare il processo unitario, vedendo come fumo negli occhi la somma di tre nomi: Italia viva, Azione e quello che sarà scelto per federare i due soggetti politici.
Le frasi che i due dioscuri si sono scambiati non lasciano presagire nulla di buono. Per il leader di Azione, Renzi “non vuole sciogliere Italia Viva e non vuole mettere in comune il 2 per mille per la campagna in vista delle europee del 2024”. Ma per Renzi “non esiste in natura lo scioglimento preventivo”. E ancora, sempre Calenda: “Basta con i tatticismi. Matteo Renzi non vuole sciogliere Italia Viva per confluire assieme ad Azione nel partito unico liberaldemocratico, non vuole finanziare il nuovo soggetto e le campagne elettorali”.
Insomma, questione di soldi o molto di più?
Bersani, uno che la sa lunga sulle dinamiche psico-politiche, in proposito ha evocato la favola della rana e dello scorpione.
Attento, caro Calenda (ha detto in un confronto tv a La7, da Floris), come rana, a chi ti metti in groppa.
Resta da vedere se la pace tornerà sovrana o scoppierà una guerra che farà solo comodo alla destra e alla sinistra.



