La morte di Barbara Capovani, la psichiatra pisana brutalmente aggredita da un suo paziente, è sconvolgente. Ma soprattutto assurda. A nulla sono valse l’indignazione, la fiaccolata dello scorso 3 maggio, le polemiche e le doverose riflessioni sulla base delle quali qualcuno ci ha pure visto una seria “rilettura” della legge Basaglia.
Per la Federazione nazionale degli Ordini dei medici chirurghi e degli odontoiatri è necessario innanzitutto ripensare l’organizzazione delle cure psichiatriche e la vigilanza dei presidi sanitari e ottenere maggiori investimenti sulle risorse umane del Servizio sanitario nazionale in misura pari ai grandi Paesi europei. E inderogabili sono sia la semplificazione delle procedure che ostacolano il rapporto di cura attribuendo ai professionisti responsabilità inappropriate sia la riduzione drastica della burocrazia. Infine, sarà fondamentale avviare una campagna di comunicazione sul ruolo dei medici. E’ questa la base del documento che il Consiglio nazionale, massimo organo della Fnomceo, composto dai 106 presidenti degli ordini territoriali, sottoporrà “con urgenza e forza” alle istituzioni e alla politica. Presto, dicono alla Fnomceo, si organizzeranno le necessarie iniziative pubbliche, insieme a sindacati e società scientifiche, a sostegno e protezione della categoria, dandone visibilità mediatica e istituzionale.
«Il tragico evento – spiegano i presidenti – si aggiunge a una serie di episodi drammatici e luttuosi, che sono espressione di una grave situazione emergenziale, relativamente alla quale è necessario intervenire urgentemente, realizzando tutti gli atti di tutela che da troppo tempo avrebbero dovuto essere attuati e che richiedono un’analisi profonda della situazione in cui versano, nel nostro paese, il Servizio sanitario nazionale e i servizi psichiatrici in particolare». Per i quali, il Consiglio nazionale Fnomceo concorda con la proposta del ministro della Salute, Orazio Schillaci, di rivederne l’organizzazione.
«Oltre a imprescindibili misure ordinamentali – aggiungono ancora i presidenti – è necessario intervenire con adeguati investimenti su un settore da tempo dimenticato, rispetto al quale il vuoto di risorse è stato mascherato da prese di posizione e dibattiti puramente ideologici. L’indifferibile riforma della psichiatria deve fondarsi sulle proposte di tutti i professionisti, che, a diverso titolo, intervengono in un mondo complesso e articolato che investe tutta la società civile e in primo luogo dei medici psichiatri che, mettendo in gioco la vita stessa, si impegnano, nonostante le difficoltà e i rischi personali, per costruire un rapporto di fiducia e di cura, vicini a pazienti particolarmente fragili e svantaggiati».
Il Consiglio nazionale evidenzia inoltre «come la violenza contro i medici, sia essa verbale o fisica sino a mettere a rischio la vita, sia ormai entrata nella quotidianità della professione e come i provvedimenti sino ad ora intrapresi non ne abbiano prodotto l’attenuazione, essendo il fenomeno in rapido e inquietante peggioramento». Per la Fnomceo occorre fare chiarezza nei confronti dei cittadini su quali siano le reali tutele che il nostro Servizio sanitario nazionale è in grado di offrire in un contesto nel quale, nel nostro Paese, l’investimento sulla salute è tra i più bassi d’Europa, in termini di rapporto tra spesa sanitaria e Pil.
«Al contrario – osservano i presidenti del consiglio nazionale – si assiste a una continua enfatizzazione delle tutele offerte e si pongono in atto continui provvedimenti parcellari, apparentemente migliorativi che finiscono con l’attribuire al medico, a diretto rapporto con il cittadino, la falsa immagine di colui che si arroga il diritto di concedere o di negare un diritto costituzionalmente garantito: un Servizio nazionale falsamente presentato come forte e tutelante, di cui il medico rappresenterebbe l’anello debole. Un sistema che invece produce infiniti andirivieni dissuasivi, legati a piani terapeutici, autorizzazioni varie e infinita burocrazia, che finisce con il presentare il medico come un funzionario arrogante, anziché come un alleato empatico. Un sistema che dipinge i servizi di emergenza come realtà critiche, senza dire che si sono tagliati i posti letto ospedalieri. Anche la depenalizzazione dell’atto medico, come avviene nella stragrande maggioranza degli altri paesi, deve essere intesa come un provvedimento che metterebbe la professione nelle migliori condizioni di svolgere la sua funzione di tutela della salute dei cittadini, piuttosto che come uno strumento per ridurre la spesa dovuta alla medicina difensiva, che riversa sul medico ulteriori responsabilità».
Altro punto critico che andrebbe risolto per ricomporre la frattura tra medicina e società, è la comunicazione, che la legge e il Codice deontologico definiscono come parte della cura stessa. Una comunicazione che, però, è sempre più sacrificata, costretta dai ritmi serrati dovuti alla carenza di personale e ad altri problemi organizzativi. «Il Consiglio Nazionale – concludono i presidenti – nel ribadire che il tempo della comunicazione è tempo di cura, come sancito dal Codice di Deontologia Medica e dalla Legge, denuncia la difficoltà di realizzazione di questo principio fondamentale in una realtà che prevede carichi di lavoro insostenibili in ospedale e nel territorio. Questa situazione porta a una grave crisi del rapporto di cura e, nel caso delle frange più estreme ed emarginate, a esplosioni di violenza, che non è certo la minaccia di sanzioni a poter contenere».



