Ci hanno provato in tutte le salse. I più furbi si sono impegnati ad argomentare, sciorinando concetti dotti, addirittura “filo-Windsor” (Caprarica), ma poi “arricchiti” di sentenze demolitorie (ad esempio Supino, il quale ignora che il Quirinale costa sei volte più di Buckingham Palace).
Altri hanno ironizzato, concentrandosi sul gossip, altri non sono riusciti ad evitare i soliti pregiudizi antimonarchici, ormai superati dal tempo e dalla stessa realtà, sciorinando un inaspettato livore da lotta di classe ottocentesca (come Feltri, proprio il più inglese dei commentatori nostrani).
Altri ancora hanno tentato di leggere la monarchia con lenti repubblicane, come se le due scuole filosofiche di pensiero, le due culture dello Stato siano equiparabili: la Corona è il simbolo dell’impersonalismo istituzionale (la dimensione individuale è bandita); la Repubblica invece, è la certificazione del soggettivismo democratico che personalizza funzioni e ruoli pubblici.
Il “Corriere della sera” poi, ha fatto di peggio: ha evidenziato l’età, la stanchezza, l’incedere lento di re Carlo III, accostandolo alla decadenza della monarchia. E strumentalizzando un sondaggio tutto da dimostrare, ha calcolato “in senso repubblicano” quel presunto 42% di inglesi che sarebbe indifferente alla forma di governo, rispetto al 58% di fedeli e convinti sudditi.
Un accostamento (distacco, disinteresse e scelta repubblicana), assolutamente arbitrario. Come se il 50% di italiani che non vota, che non si presenta alle urne, oltre che ad esternare una protesta e un disagio verso l’offerta partitica ritenuta insoddisfacente, sia anti-repubblicano e quindi, monarchico.
La verità è un’altra e scomoda. L’ha perfettamente centrata Capezzone, intervenendo dalla Palombelli (Stasera Italia). Dobbiamo essere sanamente invidiosi di un popolo, quello inglese, rispettoso e fiero della sua identità storica, culturale, religiosa. Si sono mai viste da noi file di milioni di persone per la morte di un Capo di Stato o milioni assistere ad un giuramento di un presidente? La risposta è no. E l’unica volta che piazza del Quirinale è stata gremita da una folla oceanica è stato nel giugno del 1946: quando ad affacciarsi al balcone è stato re Umberto II (meditate gente, meditate).
Un presidente, ha aggiunto il giornalista de La Verità, è sempre l’uomo di un partito, viene eletto dai partiti e fa gli interessi dei partiti, pure se è una persona rispettabile e competente. Mentre il sovrano è il simbolo vivente della patria, è un uomo indipendente dai partiti nel quale tutti, da destra a sinistra, possono riconoscersi. Non è questa una fondamentale precondizione politica di unità dei cittadini e stabilità e continuità delle istituzioni?
Altri pregiudizi da confutare. Il re o è assoluto (tiranno) o non conta nulla. E il potere arbitrale di promozione attiva della legalità costituzionale? E il potere di moral suasion (di ascoltare, consigliare, ammonire), dove li mettiamo? Pure l’identificazione tra monarchia e aristocrazia è un errore: storicamente sono stati proprio i sovrani (come Re Sole) a renderli marginali (confinandoli a Versailles), impostando lo Stato nazionale su tre pilastri: l’esercito, la burocrazia, la borghesia.
Infine, la “modernità” della repubblica e l’“anacronismo” della monarchia. Altra balla. In Europa ci sono 10 Monarchie e guarda caso, regnano su popoli e società avanzate (Inghilterra, Spagna, Norvegia, Svezia, Danimarca, Belgio, Olanda, Lussemburgo etc); a differenza delle Repubbliche che sono state o sono comuniste, militari, teocratiche.
Polemiche e complessi di inferiorità a parte (noi italiani dovremmo smettere di essere un popolo senza valori comuni, senza storia condivisa, troppo oscillanti tra autolesionismo nazionale ed esterofilia), il regno di Carlo III sicuramente sarà all’insegna di una transizione intelligente. Come ha già dimostrato orchestrando con sapienza la cerimonia dell’incoronazione. Un mix di tradizione e progresso, selezione e inclusione. Si è visto con l’apertura al volontariato, ai sudditi che si sono maggiormente contraddistinti nelle attività sociali e umanitarie. Il sovrano, anche in futuro, darà molto spazio all’ambiente e alla tutela del patrimonio storico e architettonico (ama molto l’Italia per tale ragione).
Sarà non solo il capo della Chiesa anglicana, ma il “garante delle fedi” (si tenga presente che alcune città del Regno Unito sono a maggioranza islamiche); avrà il compito di rinegoziare il rapporto tra Londra e il Commonwealth e osservare da vicino gli effetti (positivi e negativi) della Brexit, valorizzando il “global English”, ossia la capacità di relazionarsi come promoter e ambasciatore dell’Inghilterra nel mondo (già il viaggio in Germania è stato un successo, ora si aspetta quello in Francia, rimandato per le note vicende legate alle proteste contro la riforma Macron sulle pensioni).
Insomma, una “monarchia carlista” di transizione, per approdare al prossimo regno di William. Nella speranza che il principe di Galles non aspetti troppo a lungo come il padre.



