Riforme, Schlein boccia il premierato e smentisce Prodi e company

mercoledì, 10 Maggio 2023
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L’unica cosa certa che è uscita dal giro di consultazioni fra Giorgia Meloni e i leader delle opposizioni per discutere di riforme costituzionali, è che l’accordo è molto lontano e che forse l’unica intesa possibile si può trovare con ciò che resta del Terzo polo sulla formula del premierato.

Per il resto le posizioni restano lontane, quasi inconciliabili, e l’unica concessione da parte delle opposizioni di sinistra, del Pd in primis, è quella di proseguire comunque un dialogo.

La segretaria del Pd Elly Schlein ha già detto che le riforme non sono una priorità e che le urgenze sono altre. Sono anni però che questo è il ritornello costante che risuona ogni volta che qualcuno, da destra o da sinistra, prova a mettere mano alle riforme costituzionali. Verrebbe da chiedersi quando sarà mai il momento giusto per affrontare l’argomento.

E quali sarebbero le urgenze per la Schlein? La riproposizione del DDl Zan per esempio? O una legge sulle adozioni per le famiglie arcobaleno visto che il suo esordio ufficiale lo ha fatto proprio partecipando alla manifestazione del mondo Lgbt a Milano?

La verità è che le riforme tutti le vogliono, ma basta che a farle sia la sinistra, l’unica titolata ad avere una sorta di legittimità democratica in tal senso. Ricordate le mobilitazioni di intellettuali e giuristi della sinistra quando fu Berlusconi a tentare di riformare la Costituzione? Ricordate Roberto Benigni in televisione a decantare la sacralità della carta, definita la più bella del mondo? Poi però quando fu Renzi a colpi di maggioranza e di fiducia a  modificare l’architettura dello Stato il comico toscano sparì dai radar, improvvisamente la Costituzione non era più così sacra ed inviolabile.

Era scontato che dal Pd arrivasse un No ai progetti riformatori della Meloni considerata da quella parte espressione di una destra sostanzialmente fascista. E difatti da parte della Schlein ecco sollevato il classico argomento buono per tutte le stagioni in cui a governare è la destra, ossia il pericolo dell’uomo o della donna sola al comando. Si chiami Berlusconi, Salvini o Meloni non fa differenza.

“Diciamo no all’elezione diretta del presidente della Repubblica e anche al premierato – ha detto Schlein – perché indebolirebbero il Parlamento. Ciò che non vogliamo e a cui non ci prestiamo è l’indebolimento di pesi e contrappesi previsti dalla Carta, così come non si tocca l’istituzione del presidente della Repubblica. Non siamo per ridimensionare il ruolo del presidente della Repubblica verso un modello di un uomo o un donna sola al comando”.

Ora, è vero che il Pd della Schlein punta ad essere un qualcosa di nuovo e di diverso rispetto a ciò che è stato fino ad oggi, ma forse la segretaria dovrebbe quanto meno consultarsi con chi di riforme costituzionali ha più esperienza di lei. Per esempio l’ex presidente del Consiglio Romano Prodi, quello che lei stessa avrebbe voluto al Quirinale nel 2013 organizzando manifestazioni di protesta quando la sua elezione fu bocciata dai famosi 101 franchi tiratori.

Ebbene, guardate cosa proponeva l’Ulivo di Prodi nel proprio programma elettorale del 1996 quando vinse le elezioni politiche: “La nuova forma di governo che è necessaria, modellata sull’esperienza delle grandi democrazie parlamentari del Continente, si fonda non sulla distruzione dei partiti, sostituendoli con aggregazioni e limitate al momento elettorale. Dai partiti del passato che interferivano con la vita delle istituzioni si deve passare, anche attraverso nuove regole, a partiti programmatici che si impegnano a perseguire obiettivi di legislatura e che ne rispondono con un preciso mandato politico davanti ai cittadini-arbitri”.

E a proposito della figura del primo ministro si diceva: “Per ottenere questi risultati appare opportuna nel nostro Paese l’adozione di una forma di governo centrata sulla figura del Primo Ministro investito in seguito al voto di fiducia parlamentare in coerenza con gli orientamenti dell’elettorato. A tal fine è da prevedere, sulla scheda elettorale, l’indicazione – a fianco del candidato del collegio uninominale – del partito o della coalizione alla quale questi aderisce e del candidato premier da essi designato”.

Ma non è tutto, perché il 28 maggio del 1997 l’allora capogruppo del Pds Cesare Salvi in qualità di relatore sulla forma di governo presentò la seguente relazione: “Il Governo della Repubblica è composto del Primo ministro e dei ministri, che costituiscono insieme il Consiglio dei ministri. La candidatura alla carica di Primo ministro avviene mediante collegamento con i candidati all’elezione del Parlamento, secondo le modalità stabilite dalla legge elettorale, che assicura altresi la pubblicazione del nome del candidato Primo ministro sulla scheda elettorale.
La legge può stabilire e regolamentare lo svolgimento di elezioni primarie per la candidatura alla carica di Primo ministro. Il Presidente della Repubblica, alla proclamazione dei risultati per l’elezione del Parlamento, nomina Primo ministro il candidato a tale carica al quale è collegata la maggioranza dei parlamentari eletti. Il Primo ministro, prima di assumere le funzioni, presta giuramento nelle mani del Presidente della Repubblica. Il Primo ministro nomina e revoca con proprio decreto i ministri. Il Primo ministro, sentito il Consiglio dei ministri, sotto la sua esclusiva responsabilità, può chiedere lo scioglimento del Parlamento, che sarà decretato dal Presidente della Repubblica. Il decreto di scioglimento fissa la data delle elezioni. La richiesta di scioglimento non può essere avanzata dopo la presentazione della mozione di sfiducia di cui ai commi seguenti. Il Parlamento può esprimere la sfiducia al Primo ministro mediante l’approvazione di una mozione, che deve contenere la designazione di un nuovo Primo ministro, con votazione per appello nominale, a maggioranza assoluta dei suoi componenti. La mozione di sfiducia deve essere sottoscritta da almeno un terzo dei componenti il Parlamento e non può essere messa in discussione prima che siano trascorsi tre giorni dalla presentazione. Il Presidente della Repubblica nomina Primo ministro la persona designata nella mozione entro cinque giorni dall’approvazione”.

Se non è un premierato poco ci manca, visto che è chiara l’intenzione di ampliare e rafforzare i poteri del Presidente del Consiglio, consentendogli la revoca dei ministri e la richiesta di scioglimento del Parlamento. Non solo, la proposta Salvi addirittura vincolava un’eventuale mozione di sfiducia contro il governo all’obbligo di indicare un nuovo primo ministro in caso di successo, limitando di fatto i poteri del Capo dello Stato, non più chiamato a consultare i partiti e a decidere a chi affidare l’incarico, ma attenendosi all’indicazione fornita dalle forze politiche nella mozione di sfiducia. E’ evidente dunque come da sinistra l’obiettivo sia stato sempre quello di rafforzare i poteri del primo ministro, contrariamente all’idea prevalente nella destra, ovvero quella del presidenzialismo con un ruolo centrale e forte del Capo dello Stato.

Come mai oggi improvvisamente il premierato diventa invece pericoloso, al punto da essere visto come l’anticamera dell’uomo e della donna soli al comando? Condivisibile la richiesta della Schlein di riformare la legge elettorale rimuovendo le liste bloccate, ma che senso ha reintrodurre le preferenze senza poi assicurare agli elettori il diritto di avere il governo e il Presidente del Consiglio che hanno eletto? E soprattutto di avere un governo stabile per cinque anni, messo al riparo da operazioni di palazzo e ribaltoni vari?

E’ dunque evidente la volontà dei dem, o almeno della sua attuale classe dirigente, di non collaborare e magari spingere il governo ad andare avanti per conto proprio sulla strada delle riforme, in maniera tale da poter poi gridare al pericolo fascista e all’attacco contro i valori fondanti della Costituzione. Un copione già visto che alla fine sembra destinato a ripetersi. Salvo poi indignarsi quando alle elezioni oltre il 60% degli elettori resta a casa. A proposito di priorità: non sarà anche questo il segno di un bisogno concreto di riforme e di una ricomposizione del rapporto fra governanti ed elettori, con questi ultimi forse stanchi di veder il proprio consenso ridotto a carta straccia?

 

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