Che l’Italia sia in pieno inverno demografico l’ha certificato l’Istat agli inizi di aprile: la natalità è al minimo storico, mentre la mortalità resta ancora elevata: meno di 7 neonati e più di 12 decessi per mille abitanti. È quanto emerge dagli indicatori demografici dell’Istat relativi al 2022. Il calo della popolazione residente al primo gennaio 2023 al -3 per cento, spiegano i ricercatori, «è frutto di una dinamica demografica sfavorevole. I decessi sono stati 713mila, le nascite 393mila, toccando un nuovo minimo storico, con un saldo naturale negativo di -320mila unità».
L’allarme l’ha subito raccolto la neonata, manco a dirlo, Fondazione per la natalità secondo la quale il nuovo record negativo delle nascite «è un attentato spaventoso alla sopravvivenza del nostro Paese, la situazione è peggio delle previsioni e rischiamo di non poter recuperare». Per il presidente Gigi De Palo, questo non è più il tempo delle analisi, dobbiamo fare sintesi e darci anzitutto un obiettivo concreto per prossimi 10 anni: quota 500mila nuovi nati. Inoltre, per non compromettere ulteriormente la situazione, dobbiamo stabilire da subito maggiori risorse per l’Assegno unico da inserire nella prossima Legge di Bilancio e prevedere una riforma fisale a misura di famiglia che incentivi anche le nascite. Istituiamo, come in Giappone, un’agenzia dedicata alla natalità, coordinata dalla ministra competente, che abbia le risorse necessarie per impattare sull’intera società».
Ma un’altra interessante chiave di lettura la offre la psicoanalista Adelia Lucattini, membro della Società psicoanalitica italiana secondo la quale «l’Italia non solo paga lo scotto di una bassa natalità, ma anche il fatto che tra le coppie che decidono di mettere al mondo dei figli, sono sempre più quelle che decidono di averne solo uno, generando la cosiddetta generazione dei figli unici».
Quali sono le cause di questa tendenza? «Il problema delle culle vuote – spiega la Lucattini – ha diverse origini. Innanzitutto, c’è lo spostamento in avanti dei tempi della vita e l’ingresso nel mondo del lavoro, inoltre la grande difficoltà ad avere una casa propria, che affliggono sempre più la maggior parte dei giovani. Ci sono coppie che aspettano ad avere figli, poiché desiderano consolidare e collaudare il loro rapporto, mentre altre preferiscono spendere i primi anni del loro rapporto nel viaggiare o in altre attività che sarebbero precluse dalla presenza di figli. Questo, anche perché non hanno potuto farlo prima, da single o da fidanzati».
Il paradosso, secondo l‘esperta, è anche che chi decide di avere figli più avanti con l’età, spesso si limita a un unico figlio, fatto che sta generando «sempre più padri e madri di figli unici, che sappiamo non è un bene per i bambini poiché li priva dell’esperienza di essere e vivere da fratelli. Abbiamo il minor numero di nascite di tutta Europa e l’età delle madri al primo figlio più avanzata di tutto il mondo». Quindi, complicazioni su complicazioni, genitori così maturi non saranno mai nonni oppure lo saranno in età molto avanzata.
Un problema sociale, che può avere risvolti anche sul piano sanitario. «Con l’aumentare dell’età dei genitori – prosegue la Lucattini – aumentano anche le possibili malattie genetiche e del neuro-sviluppo dei figli. Ormai è noto che anche l’età avanzata del padre è un fattore di rischio. Quando si decide di diventare genitori, a qualunque età, è necessario anche avere stili di vita sani e comportamenti virtuosi».
Alcool, cattive abitudini alimentari, una vita irregolare, la perdita di sonno, l’uso di sostanze stupefacenti, infatti, alterano i ritmi naturali della vita, danneggiano il corpo e la mente. «Il problema è che molti giovani non lo sanno, pensano che tutto sia recuperabile e che il corpo sia come una macchina, che si possa resettare in qualunque momento. Ma la mente e il corpo hanno i loro tempi e la vita è unidirezionale, non si può riavvolgere magicamente con la forza del desiderio».
Il maggiore divario anagrafico tra genitori e figli si fa risentire anche sul rapporto intergenerazionale della trasmissione del sapere delle abitudini, delle tradizioni e soprattutto, la felicità di avere figli e una famiglia di cui due generazioni rischiano di essere private. «Pensiamo anche al fatto – continua la Lucattini – che molti bambini non avranno avere dei nonni in forze o di non averli proprio, perché i loro genitori sono troppo grandi e figli di genitori che, a loro volta, li hanno avuti da grandi. I nonni rappresentano un’inestimabile ricchezza, affettiva e culturale poco o nulla valorizzata».
Dal 2008, ultimo anno in cui c’è stato un aumento delle nascite, il calo in Italia è di circa 184mila nati, di cui circa 27mila dal 2019 in poi. «Ritengo che i figli siano il sale della terra – conclude la Lucattini – e la gioia più profonda della vita e privarsene è una grande perdita. È necessaria quindi e un’informazione capillare sui rischi di rimandare oltre i trentacinque anni la nascita dei figli e adottare politiche economiche che sostengano i giovani in quell’avventura straordinaria che è diventare genitori».



