G7-Hiroshima. Domanda-sentenza ideologica del premier Trudeau alla Meloni: “Siamo preoccupati per alcune delle posizioni che il tuo governo sta prendendo in materia diritti Lgbtq, ma non vedo l’ora di parlarne con te”.
Tradotto: prima spara, poi lascia aperto il confronto. Mettendo di fatto all’angolo l’interlocutrice “sua collega parigrado”. Come se ci dovessimo giustificare, scusarci rispetto al pensiero unico laicista (la modernità unilaterale).
Risposta della nostra premier, presa alla sprovvista: “L’Italia rispetta le indicazioni fornite dalla magistratura e la sua posizione non è cambiata rispetto a quella dei precedenti governi”.
Cosa invece avrebbe dovuto rispondere la Meloni? Semplice: “Caro Trudeau, di fronte all’emergenza climatica, migratoria, energetica; di fronte alla guerra in Ucraina e non solo, tu pensi a questo? Ti do una notizia: il mondo non ruota intorno ai diritti Lgbtq, una piccola minoranza che si percepisce maggioranza, usando la strategia del vittimismo da eterna discriminazione”. E ancora: “Tu, sempre caro Trudeau, non puoi dare lezioni di democrazia e inclusione. Che fine hanno fatto i diritti dei camionisti, massacrati dalla polizia a cavallo, a cui hai sospeso la licenza, bloccati per strada solo perché rifiutavano il passaporto verde? E che fine fanno i diritti delle donne, la non mercificazione del loro corpo, visto che hai trasformato il Canada in un “mercantificio”, in un supermarket dell’utero in affitto?”.
Così purtroppo non è stato. La replica basata sul mero dato giuridico (“rispettiamo le indicazioni della magistratura”), lo diciamo da parecchio, è una comunicazione giusta, legittima, ma difensiva, debole. Lo si vede quotidianamente nelle polemiche televisive, politiche a proposito della trascrizione dei figli nati all’estero da coppie omosessuali. Se poi il parlamento vara una legge ad hoc cosa dirà il governo? Dovrà prenderne atto e basta? E collegarsi ai comportamenti dei precedenti esecutivi, dove c’era pure la sinistra, non è sufficiente ad esprimere una posizione netta. Non paga.
Il tema è questo: la destra deve fare la destra, non assecondare il politicamente corretto o offrire la sponda per essere impallinato in un secondo tempo. Tanto la sinistra impallina ugualmente, in un processo quotidiano “di Norimberga delle virgole”.
Destra e sinistra, bisogna accettarlo e rassegnarsi, esprimono due visioni incompatibili della vita, della famiglia, della società, dell’economia, delle istituzioni. Inutile tentare sintesi, compromessi, equilibrismi. Non funziona.
Ormai è evidente: il “modello-Meloni” fa paura. Per questo viene attaccato. E’ una moda. A un Macron che media, che offre solidarietà all’Emilia Romagna distrutta dall’alluvione, c’è sempre un membro del suo governo o del suo partito che ci bastona sulla gestione migranti. La Francia, altro paese che non può dare lezioni, né sulle politiche di integrazione (si vedano i respingimenti alle nostre frontiere), né sulla legalità e i diritti dei cittadini (si vedano le cariche violente contro i manifestanti contrari alla riforma delle pensioni).
La questione vera è il futuro delle nazioni e dell’Europa. Chi colpisce la Meloni lo fa per esclusive ragioni interne di consenso. E’ il timore che possano tornare i sovranisti nella versione pragmatica e tosta della leader di Fdi. Non dimentichiamo che le elezioni europee sono alla porta e tutto lascia presagire che ci possa essere uno spostamento verso destra, col nuovo asse Ppe-conservatori.
Resta da confermare il pianto e l’astio di una sinistra mediatica, intellettuale e politica che sta perennemente dall’altra parte. Pur di non cedere alla realtà di una fase storica che li smentisce col voto, conferma la sua vocazione anti-italiana.
E la Meloni come parecchi esponenti della destra, non deve farsi cogliere dalla “sindrome da legittimazione”. I giudici non sono le Schlein, i Macron, i Trudeau, Bruxelles, Zelensky, Biden, i Giannini, i Floris, i Formigli, le Gruber, i Saviano e via cantando, ma il popolo-sovrano.
E ai G7 non ci si va per fare le foto di gruppo, ma per dire la propria. E non in modo astratto, generico.



