Le aggressioni alle forze dell’ordine si ripetono con preoccupante regolarità scatenando tensioni e polemiche. Tuttavia, salgono agli onori delle cronache soprattutto gli episodi nei quali i poliziotti si rendono protagonisti di reazioni sproporzionate come nel caso della transessuale milanese manganellata dalla polizia municipale a Milano. Lospecialegiornale ha intervistato in esclusiva Giuseppe Tiani, presidente nazionale del Siap, il Sindacato italiano Appartenenti Polizia.
Presidente, secondo l’Osservatorio dell’Associazione sostenitori e amici della polizia stradale solo nei primi sei mesi del 2022 si sono registrati circa 1400 aggressioni ai danni di agenti della polizia. Gli episodi sono continuati fino a quelli di pochi giorni fa a Padova. Tuttavia, le cronache sono piene della transessuale picchiata, episodio comunque riprovevole. Secondo lei c’è una narrazione ostile o comunque non equa nei confronti delle forze dell’ordine?
«Le forze di polizia subiscono da anni una narrazione ostile e “violenta” da una parte della politica, dell’universo antagonista e anarchico, oltre che di certa stampa ipocritamente e comodamente considerata ben pensante; questo aspetto è una evidente realtà e non può essere sottaciuto. Le quotidiane aggressioni ai poliziotti e agli uomini e donne in uniforme nelle strade e nelle piazze, così come negli istituti di reclusione, non hanno la stessa attenzione o risalto mediatico di casi disdicevoli o eccessivi che possono riguardare i poliziotti, due pesi e due misure. Le ragioni della deriva culturale avversa al lavoro, alle funzioni e al ruolo che la legge attribuisce ai poliziotti sono da ricercare in un modo di pensare e di guardare alle forze di polizia con lo sguardo rivolto al passato, come se fossimo ancora nel contesto storico e sociale del primo dopoguerra o negli anni difficili e controversi della contestazione giovanile che ha cambiato costumi e modi di pensare. Oggi il contesto e cambiato grazie alla riforma del 1981 che ha disegnato non solo la moderna polizia di stato ma l’intero assetto delle forze di polizia, dirette dall’autorità nazionale, ministro dell’Interno e dal suo direttore generale di pubblica sicurezza che è il capo della polizia; provinciale e locale, prefetti, questori e funzionari di polizia di pubblica sicurezza, siamo quindi passati di fatto dalla polizia del re alla polizia del cittadino».
Le forze dell’ordine sono sotto stress oppure ci sono casi in cui la forza di repressione degli agenti si rivela oggettivamente sproporzionata?
«Il nostro è un lavoro oggettivamente complicato, complesso e molto delicato per una serie di ragioni. Ciò detto, alcune recenti ricerche a base medico scientifica, hanno dimostrato che i poliziotti riescono a ben gestire lo stress, anche per il tipo di selezione del personale che è particolarmente severa per l’assunzione nella polizia di stato. Il tema dell’uso sproporzionato della forza ricorre sempre quando si parla di ordine pubblico o di persone scalmanate e violente che rifiutano i controlli di polizia disciplinati dalla legge o l’arresto, per quanto hanno commesso. Premesso che la sicurezza pubblica è quel bene che garantisce non solo l’incolumità fisica dei cittadini, ma anche l’integrità dei loro beni materiali e immateriali, l’ordine pubblico evoca due diversi interessi, entrambi di rilievo costituzionale, concernenti l’uno i diritti di libertà di quanti intendono incontrarsi e pacificamente discutere e manifestare, l’altro, dell’intera collettività, che non può né deve subire pregiudizio alla propria sicurezza e libertà. Le strategie che la polizia adotta per contemperare la tutela di due diritti non antagonisti vengono percepite spesso in maniera contraddittoria. I cittadini finiscono col vedere i due diritti sub specie di interessi contrapposti al punto da ritenere che lo Stato, in quel momento rappresentato dalle forze di polizia, stia tutelando l’uno in danno dell’altro. Cosicché l’intervento repressivo, attraverso l’uso della forza che si manifesta quando il diritto di riunirsi non assume più connotazioni pacifiche, viene vissuto spesso come un vulnus che viola diritti primari di libertà».
In più di un’occasione avete chiesto alle istituzioni l’adozione di protocolli operativi chiari, a cosa vi riferite?
«La polizia rende alla collettività, attraverso il mantenimento dell’ordine pubblico, un servizio che si rivela come l’indicatore della qualità democratica del Paese e della sensibilità civile del suo sistema politico di governo. In ciò risiede l’essenza stessa della democrazia, che pretende il giusto contemperamento di libertà e legalità, cioè il diritto di manifestare liberamente il proprio dissenso nel rispetto delle libertà consacrate nel testo costituzionale. Ragion per cui per usare un linguaggio d’oltre confine, servono regole d’ingaggio chiare non solo per i poliziotti che, comunque, sono sottoposti a leggi e severi regolamenti interni, oltre una chiara catena gerarchica, ma anche per i manifestanti servono regole ancora più chiare di quelle genericamente indicate dalla legge in questi casi».
La pistola elettrica, comunamente chiamata taser, è un altro argomento di polemiche. A che punto è la dotazione di tali armi alle forze dell’ordine o ci sono ancora impedimenti di carattere normativo?
«Non mi risulta che ci siano impedimenti normativi o di tipo sanitario, il Taser prima di essere dato in dotazione alle forze di polizia che svolgono attività di prevenzione e controllo del territorio, ha superato una serie di test severissimi anche di tipo sanitario. Al momento la dotazione risulta efficace in ben oltre il 90% dei casi, in cui pur senza utilizzarlo il solo mostrarlo funziona da deterrente; questo aspetto lo ritengo particolarmente positivo perché evita il contatto fisico e l’escalation violenta verso gli operatori di polizia o i cittadini da parte di soggetti scalmanati o che delinquono. Resta il problema che non tutte le pattuglie ne sono dotate, aspetto che deve necessariamente essere sanato, considerato che, lo strumento si è rivelato molto utile e una garanzia per tutti, come l’organizzazione che rappresento il Siap rivendica da tempo. Difatti pochi giorni fa è stato presentato un emendamento alla Camera dei Deputati, per estendere la dotazione del taser anche alla polizia locale nei comuni che hanno più di 20mila abitanti».
Presidente Tiani, la carenza degli organici della polizia di Stato è una questione ormai datata, come intendete sollecitare il governo sullo sblocco dei concorsi?
«La problematica degli organici è datata per ragioni di miopia della classe politica che, in determinati momenti e contesti non ha declinato le priorità dell’agenda di Governo e oggi ci siamo ridotti al limite delle capacità d’intervento delle forze di polizia con l’aggravio della gestione e del contrasto complesso all’immigrazione clandestina. Come ho già detto la sicurezza per molti anni è stata considerata un costo, anziché una risorsa infrastrutturale. Tutti gli studi dimostrano che territori sicuri e ben vigilati in chiave preventiva aiutano lo sviluppo e attirano investimenti. Ciò premesso, il sindacato Siap che rappresento si è battuto in tutte le sedi preposte per sbloccare e far programmare assunzioni straordinarie di personale per le forze di polizia. Senza dubbio la scelta di ridurre gli organici attraverso la legge Madia è stato un errore, così come chiudere per mancanza di risorse alcuni uffici di polizia o specializzazione come le squadre nautiche della Polmare. In sintesi, oggi dobbiamo fronteggiare nel Mediterraneo un fenomeno epocale, come l’immigrazione di interi popoli ma non abbiamo più le barche, mezzi necessari per poter intervenire in determinati contesti operativi; tra l’altro l’Italia non ha solo due isole maggiori, ma anche una miriade di arcipelaghi molto visitati e meta di turismo di massa e non solo di immigrati che, ovviamente, hanno bisogno di controlli e attività di prevenzione sotto costa da parte della polizia».



