Forza Italia senza eredi: tutti quelli che ci hanno provato

martedì, 13 Giugno 2023
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Con la morte di Silvio Berlusconi si è aperto il dibattito sul futuro di Forza Italia. Sarà in grado di sopravvivere senza il suo fondatore?

Domanda legittima, motivata soprattutto dal fatto che Silvio non ha mai voluto nominare un proprio erede politico. Ha creato tanti pupilli, che però poi ha finito con il divorare dimostrando di essere l’unico ed incontrastato leader per un partito destinato a morire con lui.

L’unico che in qualche modo è sempre rimasto nel cuore del Cav ed è stato da questi protetto è Antonio Tajani, attuale ministro degli Esteri e numero due degli azzurri, che Berlusconi prelevò dalla redazione de Il Giornale nel 1994 dove svolgeva il ruolo di caporedattore politico per farne il responsabile della comunicazione. E nel bene e nel male Tajani è sempre rimasto ai vertici del partito godendo della piena ed incondizionata fiducia del capo che gli ha anche assegnato un ruolo di primo piano in Europa all’interno del Ppe; grazie al quale è riuscito prima a diventare commissario europeo, e successivamente presidente del Parlamento. E a sentire gli analisti più accreditati sarà proprio lui a raccogliere l’eredità del defunto leader.

Ma per il resto nessuno dei dirigenti azzurri che si sono susseguiti negli anni è riuscito a mantenere intatta la stima e la fiducia di Silvio, che di volta in volta si è liberato con disinvoltura e senza troppi complimenti degli stessi collaboratori cui aveva in precedenza riconosciuto potere.

Nel 1994 quando Forza Italia arrivò in Parlamento per la prima volta fu subito chiaro come la sua classe dirigente fosse improvvisata, impreparata, composta in maggioranza da personaggi provenienti da Pubblitalia e scelti da Marcello Dell’Utri attraverso modalità di selezione non molto differenti dai casting per l’arruolamento dei concorrenti dei reality.

Fu così che ad un certo punto Berlusconi decise di dare al partito una struttura e una classe dirigente adeguata, chiamando a capo dell’organizzazione un big democristiano come Claudio Scajola che iniziò la fase di radicamento del partito sul territorio. Solo che Scajola, nel tentativo di trasformare Forza Italia in una sorta di nuova Democrazia Cristiana introducendo i criteri di selezione della classe dirigente tipici dei partiti tradizionali (circoli in ogni comune, tesseramenti, congressi) finì con il generare le correnti e le lotte di potere che presto sfociarono in vere e proprie guerre fra bande per il controllo di Forza Italia nelle regioni e nelle province. Fu a quel punto che Berlusconi capì che il progetto del partito appesantito dagli apparati rischiava di logorare il movimento azzurro e, approfittando dell’infelice uscita di Scajola sull’uccisione del professor Marco Biagi da parte delle nuove Brigate Rosse, decise di giubilarlo per affidare FI nelle mani di Sandro Bondi e ridare vita e forma ad una struttura più simile al movimento delle origini che al partito tradizionale troppo egemonizzato dal potere dei signori delle tessere.

Ma con Bondi alla guida il partito perse voti perché, pur dimostrandosi un bravo poeta capace di mettere in fila commoventi versi d’amore platonico nei confronti di Silvio, si rivelò decisamente inadeguato come dirigente, al punto da inanellare una lunga scia di insuccessi e di sconfitte clamorose, preparando il terreno alla vittoria del centrosinistra alle successive elezioni politiche.

Non migliore fortuna toccò ad un altro big democristiano come Peppe Pisanu, che fu a lungo consigliere del leader, una delle personalità più rispettate e ascoltate, voluto come capogruppo di Forza Italia e poi ministro degli Interni da Berlusconi, ma poi da questi allontanato ed emarginato dentro il partito con l’accusa di aver fatto perdere al centrodestra le elezioni del 2006 avendo gestito male la macchina elettorale.

Poi fu la volta di Denis Verdini che Berlusconi chiamò al vertice per gestire la costruzione del Popolo della Libertà e il progetto della federazione fra Forza Italia e Alleanza Nazionale, ma il tentativo degli azzurri di cannibalizzare gli alleati, fagocitare An e trasformarla di fatto in una costola del grande partito unico berlusconiano fu presto rifiutata da Gianfranco Fini che mandò all’aria il progetto, ma soprattutto ruppe definitivamente con Berlusconi e con il centrodestra.

Fu a quel punto che il Cav decise di darsi un erede, per fare in modo che il partito la smettesse di identificarsi con la sua persona. Fu scelto come successore designato l’allora ministro della Giustizia Angelino Alfano che Berlusconi incoronò nel corso di una conferenza stampa. Ma anche l’idillio con Alfano ebbe vita breve perché ben presto Silvio si rese conto che non era l’uomo giusto al comando, non aveva il quid, mancava di carisma, peccava nella comunicazione, e quindi decise di azzerare tutto, rottamare il Pdl e ripartire da Forza Italia.

La crisi del governo Letta, governo di larghe intese nato da un accordo istituzionale fra Pdl e Pd in assenza di maggioranze autosufficienti, portò alla rottura definitiva fra Berlusconi e Alfano. Il primo, dopo la condanna definitiva per frode fiscale che di fatto lo escludeva dal Parlamento e dall’attività politica, decise di far cadere il governo ritenendosi vittima di un complotto ordito dalla sinistra e dall’allora presidente della Repubblica Giorgio Napolitano ai suoi danni, ma Alfano e gli altri ministri azzurri decisero di restare nell’esecutivo e diedero vita al Nuovo Centrodestra, separando definitivamente i loro destini da quelli dei forzisti.

Verdini invece tenterà senza successo di convincere Berlusconi ad accordarsi con Renzi sul progetto di riforma costituzionale, ma quando poi l’allora premier elesse Sergio Mattarella al Quirinale al posto di Giuliano Amato, il patto fallì e Verdini fu l’ennesimo dirigente berlusconiano destinato a cadere in disgrazia, finendo fra le braccia dell’ex sindaco di Firenze, prima di diventare suocero di Matteo Salvini.

Dopo Alfano arrivò l’infatuazione per Raffaele Fitto e sembrava che fosse proprio lui il delfino designato dal Cav per guidare la nuova Forza Italia. Ma bastò che il parlamentare pugliese esprimesse critiche alla gestione personalistica del partito per essere messo alla porta dopo che Berlusconi lo definì pubblicamente “un vecchio democristiano”, uno che era meglio perdere che trovare. E Fitto se ne andò, iniziando poi quel percorso che lo avrebbe gradualmente portato ad incontrare Giorgia Meloni in Fratelli d’Italia.

L’ultimo decennio è stato invece caratterizzato dalle cosiddette “badanti”, ovvero donne che si sono alternate alla corte del capo, rivestendo i panni delle grandi favorite. Prima Mariarosaria Rossi, poi Francesca Pascale che ebbe anche il ruolo di compagna ufficiale (anche se viste le tendenze omosessuali della stessa poi convolata a nozze con la cantante Paola Turci sorge legittimo il sospetto che possa essere stata tutta una montatura mediatica per far credere che Berlusconi aveva messo la testa a posto dopo lo scandalo delle olgettine), infine Licia Ronzulli e l’ultima compagna Marta Fascina che Silvio ha voluto anche sposare simbolicamente. Tutte hanno finito con il fare terra bruciata degli avversari, creando dei veri e propri cerchi magici intorno al capo e determinando le nomine all’interno del partito. Una situazione che però ha finito con il far perdere a Forza Italia credibilità e consensi, di fronte ad un leader sempre più ostaggio di segretarie, infermiere, pseudo fidanzate e finte mogli cui i media forse hanno finito con il riconoscere un potere eccessivo, addirittura determinante.

In realtà sullo sfondo e dietro le quinte sono rimasti i consiglieri fidati, la figlia Marina, il fedelissimo Gianni Letta e l’amico e collaboratore storico Fedele Confalonieri. Sarebbero stati proprio loro  a guidare l’ultimo Berlusconi nelle scelte politiche, frenando i suoi malumori (come quando per mandare al governo la Ronzulli era pronto a rompere l’unità del centrodestra), consigliandogli prudenza (come quando si era messo in testa di succedere a Mattarella pur essendo già malato), e che negli ultimi tempi hanno fatto spesso asse con la Meloni per mantenere unita la coalizione e garantire stabilità al governo messo in difficoltà dalle alzate di testa delle varie Ronzulli, i vari Cattaneo, Mulè ecc.

Quello che accadrà adesso è tutto da capire e da scrivere. Ma certo è che Berlusconi lascia un partito allo sbando, lacerato da rivalità e gelosie, e soprattutto senza una leadership forte e carismatica in grado di assumere le redini e mantenere unita Forza Italia. Difficile possa riuscirci Tajani accusato di essere troppo filo governativo e appiattito sulle posizioni della Meloni, troppo filo conservatore e cattolico.

Di Berlusconi resterà senza dubbio il ricordo di un abile statista, che fra luci e ombre ha saputo dare stabilità e continuità al centrodestra italiano; ma anche quella di un leader che credendosi immortale o indispensabile ha finito per farsi intorno terra bruciata, condannando il partito da lui fondato e guidato per trent’anni a non avere un futuro dopo di lui. E ora sarà guerra per le spoglie. Ma di questo parleremo probabilmente molto nei prossimi mesi e in vista delle elezioni europee.

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