Alessandro Gonzato di “Libero” ha ironizzato. Capiamo lo spirito, ma la notizia è ugualmente pericolosa e conferma un clima ben preciso: l’imposizione di un pensiero unico laicista che viene venduto come estensione obbligata della democrazia moderna e dei diritti civili. Come se quel mondo, quei valori, fossero oggettivi, gli unici, e fossero imperativi. Invece, fanno parte solo di una fetta di società, tra l’altro, vista la vittoria elettorale della destra alle politiche e alle amministrative, anche minoritaria.
La notizia è che La Stampa (in collaborazione con l’Ordine dei Giornalisti) ha introdotto quello che viene chiamato “diversity editor”, altrimenti detto, come ha declinato il giornale diretto da Alessandro Sallusti “controllo di qualità omosex”.
In pratica, lo ha spiegato Pasquale Quaranta, colui che si occuperà della svolta informatica e culturale del quotidiano torinese, “ci occuperemo delle differenze come dell’identità di genere, il genere, l’orientamento sessuale, l’etnia, la disabilità, che ancora oggi sono oggetto di discriminazioni”.
Fin qui tutto normale. Aprire gli spazi redazionali alla realtà, alle storie individuali e collettive è legittimo e attiene ai doveri deontologici dell’informazione.
E riguarda l’interesse di qualsiasi testata ad allargare consenso e lettori. Ma il senso vero è spiegato tra le righe: “Cercherò – argomenta sempre Quaranta – di sensibilizzare dall’interno della redazione le mie colleghe e miei colleghi e cercherò anche di sensibilizzare il pubblico creando dei contenuti più inclusivi. Chiederò aiuto per sapere quali contenuti sono scorretti, appropriati e peggio, offensivi. Scriveteci e saremo protagonisti di un cambiamento sociale e culturale che vogliamo vedere nel nostro paese”.
Ecco il punto, l’iniziativa fungerà da raccoglitore e da motivatore-educatore del Paese.
Capiamo lo scopo dell’Ordine, contribuire ad una scrittura corretta, non offensiva, che in tempi di populismo mediatico e imbarbarimento civile, non basta mai.
Ma ciò che preoccupa è il passaggio ulteriore, politico, ideologico del diversity editor. Il direttore Massimo Giannini è molto chiaro: “I diritti vanno ampliati, perché contribuiscono a rendere più equa la nostra democrazia”.
Tradotto, c’è un attacco ai diritti da parte del governo Meloni, che rappresenta e incarna il male, il medioevo, la reazione; si pensi all’utero in affitto, al blocco delle trascrizioni dei figli delle famiglie gay nati all’estero etc.
George Bernanos, il noto scrittore cattolico, ebbe modo di affermare che “se si perde la battaglia delle parole si perde la battaglia delle idee”.
E’ il motivo per cui le parole sono importanti. E sui loro messaggi non si può arretrare, Né far finta di niente.
Troppo spesso (quasi sempre) ci troviamo di fronte a domande dei giornalisti, analisi degli intellettuali, dichiarazioni dei politici, che sono di fatto ideologia, propaganda, non verità.
La neo-lingua ad esempio, relativizza il male e il bene per poi rovesciarne il significato.
Aborto, per la vulgata radical e liberal, è “maternità responsabile”, utero in affitto è “maternità sociale e solidale”, pedofilia per qualche politico è addirittura “amore intergenerazionale”.
Quante volte abbiamo letto di aggressioni, stupri, omicidi, e solo alla trentesima riga veniamo a sapere che si è trattato di uomini di colore o immigrati? Quante volte abbiamo letto in quarantesima riga che il responsabile di un incidente mortale aveva assunto droghe? Siamo arrivati perfino a scrivere che il diretto interessato non era risultato positivo al test antidroga, ma “non negativo”.
La ragione è semplice: si sarebbero potuti fare accostamenti strumentali (e controproducenti per il pensiero unico) tra immigrazione clandestina e criminalità, oppure, tra droga anche leggera (che per i progressisti va liberalizzata) e gli incidenti.
Vedete quanto è complesso e delicato il confine tra informazione, educazione alla notizia e ideologia?
Qualcuno ha dimenticato tutta la narrazione sulle lettere al maschile e al femminile (presidente-a, deputato-a, avvocato-a, direttore-a)?
Quante imbeccate e pressioni da parte delle lobby Lgbt (ora pure Lgbtqia+) riceverà il diversity editor? Suggerimenti nemmeno tanto leggeri, tipo, come ricorda Libero, “un po’ più di Lgb”, “quel passaggio non è abbastanza fluido”; oppure pagelle sulla definizione di “non binario” e tanto altro ancora.
Nel nome della libertà spesso si nasconde la mancanza di libertà.


