Italia regina negli sport per quattro motivi

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Da cenerentola a regina europea dello sport il passo non è stato breve né agevole. In effetti è forse solo da un decennio che il movimento olimpico italiano sta macinando vittorie in tutte le discipline fino agli eccellenti risultati dei Giochi olimpici di Tokyo, dei Mondiali di nuoto di Roma e dei recenti Giochi europei durante i quali si è accreditato come protagonista assoluto. Fausto Narducci, per quarant’anni giornalista della Gazzetta dello Sport, per trent’anni caporedattore, nove Olimpiadi da inviato e ora direttore della rivista di Federatletica, è stato ed è un autorevole testimone oculare di questa entusiasmante crescita dello sport italiano dai tempi in cui per una medaglietta d’oro risicata si sprecavano titoloni sui giornali, mentre i telecronisti rischiavano un collasso in diretta.

Narducci, possiamo dire che l’Italia sia diventata una potenza mondiale dello sport?

«Senza alcun dubbio. Direi per quattro fattori fondamentali. Il primo. L’Italia ha affrontato meglio di altre nazioni i due anni di pandemia. Lo sport non si è mai fermato, in particolare l’atletica leggera. Con programmi di allenamento precisi e mirati, l’attività è proseguita senza troppi scossoni, mentre in molti Paesi si è addirittura fermata. Il secondo, quello più rilevante. La forza del Sistema Italia, unico nel suo genere, che si avvale del supporto delle squadre sportive militari e di quelle delle forze dell’ordine. E’ un contributo straordinario, che permette al Coni di coprire praticamente l’80 per cento delle discipline olimpiche. Non è un caso che la maggior parte dei medagliati sia militare. Spesso tra atleti di esercito, carabinieri, polizia, polizia penitenziaria, guardia di finanza e aeronautica scatta una sana competizione che porta a risultati tecnici di assoluto rilievo. Il terzo fattore riguarda l’efficacia del sistema che si misura sull’effettiva crescita del livello delle prestazioni agonistiche e quindi del movimento sportivo nel suo complesso».

Come avviene il reclutamento degli atleti da parte dei gruppi sportivi militari?

«E’ un concorso per meriti, titoli ed esami. Intanto nessuno dei candidati può avere pendenze penali e su questo requisito si costruisce il valore etico dell’atleta. Poi sulla base di tutta una serie di risultati agonistici i gruppi sportivi si contendono gli atleti, i quali una volta assunti possono lavorare in assoluta serenità percependo uno stipendio fisso. L’esame finale è un passaggio perlopiù formale».

Ci sono dei punti critici in questo sistema?

«Purtroppo sì. Il sistema è interamente a carico dello Stato, senza il quale non esisterebbe. Può capitare inoltre che qualcuno si senta appagato e peggiori le proprie prestazioni sportive e quindi finisca nella carriera cosiddetta sedentaria, cioè in ufficio. Un vero proprio cimitero degli elefanti perché lo Stato non mette nessuno alla porta. Ma direi che i vantaggi superano di gran lunga gli inconvenienti».

Rimane il quarto fattore.

«L’avvento degli italiani di seconda generazione, figli di coppie stranieri, di coppie miste oppure ragazzi adottati. I Jacobs, le Iacopino, i Crippa, per intenderci. Sono quelli che hanno instillato di nuovo nei valori dello sport lo spirito di sacrificio e la volontà di riscatto sociale perché, in molti casi, vengono da vicende personali difficili. La loro presenza rende l’ambiente molto competitivo. Di contro, ci sono situazioni nelle quali atleti con risultati agonistici di tutto rispetto non riescono a ottenere la cittadinanza».

Si potrebbe ipotizzare una sorta di “ius sportivo”?

«E’ un’idea, anche se per meriti sportivi di particolare importanza il Coni può inviare la richiesta al ministro dell’Interno che la sottopone al vaglio  del Consiglio dei ministri. Tuttavia, mi preme anche sottolineare la mia contrarietà all’utilizzo massiccio, non soltanto in Italia, di atleti che potremmo definire assimilati, provenienti da altre federazioni, che dopo un periodo di neutralità sportiva cominciano a indossare la maglia di un’altra nazionale. Mi riferisco, per esempio, all’incetta di atleti cubani. Dovrebbe valere per tutti gli sport il regolamento del calcio: chi ha gareggiato per un Paese non può gareggiare per un altro. Ma ormai così fan tutti».

In questo momento storico non possiamo non sottolineare l’esplosione clamorosa del nuoto azzurro. Quali sono le ragioni?

«Una capillare organizzazione territoriale che ha visto nelle singole piscine, disseminate in ogni angolo del Paese, nascere e crescere talenti. L’esatto opposto di un centro federale. Qui si è visto il grande valore dei nostri tecnici di base. Da tale considerazione ne scaturisce un’altra».

Prego.

«Due sport professionistici di grande popolarità e tradizione al di fuori dell’ombrello del Coni sono in crisi: calcio e ciclismo. Paradossale».

Perché?

«Le ragioni sono molto complesse, ma evidentemente sono crollati i loro sistemi organizzativi».

L’Italia ha vinto i Giochi Europei, dominando nel medagliere. E’ un dato probante?

«Direi di sì, anche se non tutte le discipline in cui si è gareggiato sono olimpiche e potenze sportive come Francia, Germania e Gran Bretagna si sono forse un po’ nascoste presentando squadre sperimentali o non altamente competitive. Ma gli azzurri hanno strameritano i propri successi».

«Incombono i Giochi di Olimpici di Parigi. Secondo lei, Narducci, l’Italia riuscirà a confermare le 40 medaglie di Tokyo?

«Sì, il movimento olimpico nazionale poggia su un sistema solido e ben strutturato e sfrutterà la positiva congiuntura storica. Avremo soddisfazioni ancora per molti anni».

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