Pace fiscale? Idea inutile. Ma una soluzione c’è

martedì, 18 Luglio 2023
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Pace fiscale? Matteo Salvini insiste su un tema caro alla Lega delle origini per il suo marketing politico d’estate. Ma tra il dire e il fare c’è sempre di mezzo il mare. E anche questa proposta è destinata a essere rottamata come le cartelle esattoriali che da anni il Fisco non riesce a smaltire. 

Al leader del Carroccio però non interessa. Sa bene che in questo mese di luglio molti italiani sono particolarmente sensibili al tema della pace fiscale, perché i loro conti correnti sono in via di riduzione al fine di accontentare l’esoso Erario. E basta quindi una parola, una promessa, per infondere un po’ di speranza in tanti cuori inariditi e un po’ di fiducia in tanti portafogli alleggeriti. Nel giro di 24 ore, nel corso dell’ultimo week end, il ministro alle Infrastrutture ha lanciato per due volte il suo proclama ai tartassati dal Fisco. «Serve una grande e definitiva pace fiscale – ha scritto, domenica, Salvini in un tweet – per liberare milioni di italiani ostaggio di cartelle esattoriali di importo limitato (non oltre 30000 euro n.d.r.)».

Come da prassi consolidata, la proposta del leader leghista ha incontrato un immediato fuoco di sbarramento da parte della sinistra, memore del celeberrimo motto di Tommaso Padoa Schioppa: «Pagare le tasse è bello» (soprattutto quando sono gli altri a pagarle). Nella polemica è intervenuto anche il direttore dell’Agenzia delle Entrate, Ernesto Ruffini, il quale ha bacchettato il ministro in nome del principio secondo il quale «combattere l’evasione non è persecuzione, ma atto di giustizia». Pronta la replica di Salvini: «Con la pace fiscale lo Stato ci guadagna».

Insomma, in questi ultimi giorni abbiamo assistito a un classico dello scontro politico degli ultimi trent’anni: centrodestra e centrosinistra che battagliano sul fisco, con sullo sfondo il solito, impronunciabile riferimento al condono fiscale.

Il vicepremier può dirsi soddisfatto: ha rilanciato un mitico cavallo di battaglia del bipolarismo muscolare, dopo essere stato un po’oscurato dalla recente polemica sulla giustizia, altro, storico motivo di polemica della politica italiana.

Ma, convenienza salviniana a parte, la vera domanda è: conviene, alle casse dello Stato, la pace fiscale proposta dal leader del Carroccio? No, non conviene. E per un semplicissimo motivo: la promessa di una sorta di “condono” aumenterebbe ulteriormente la confusione nel già caotico settore del recupero parziale dei crediti fiscali dello Stato. Dal 2016 a oggi si sono succedute ben quattro rottamazioni di cartelle esattoriali con esiti non molto brillanti: lo Stato ha incassato assai meno di quello che si prefiggeva di ottenere aiutando i contribuenti sotto torchio. Ci sono soggetti che pagano solo le prime rate di estinzione del debito e poi non pagano più niente, in attesa di spalmare il dovuto residuo  su future rottamazioni. In questa situazione, la prospettiva, anche solo ipotetica, di una pace fiscale potrebbe spingere tanti contribuenti in cerca di “ravvedimento” a prendersela ulteriormente comoda, con tutto ciò che ne conseguirebbe in termini di minori introiti per lo Stato.

Detto questo, il problema di recuperare, per quello che si può, l’evasione fiscale in Italia esiste. Eccome se esiste. Parliamo di qualcosa come circa 100 miliardi di euro sottratti alla ricchezza nazionale ogni anno. Se si potesse restituire allo Stato anche solo un 30/40 per cento di questo capitale comune, sarebbe già un toccasana per i conti pubblici e per i servizi sociali.

Come si può fare? Si può fare colpendo l’evasione là dove questa si annida di più, quindi, senza voler colpevolizzare nessuno, parliamo del mondo delle libere professioni, del commercio e dell’artigianato. Come agire, forse con la polizia e lo spionismo fiscali? Certo che no: certe cose le potrebbe auspicare solo un nostalgico dell’Urss o del Kgb. Il meccanismo si chiama “conflitto d’interessi” e consiste nella possibilità di un cittadino di scaricare dalle tasse la fattura richiesta a un artigiano o un professionista per una prestazione d’opera ricevuta. Normalmente, se si prova a chiedere a un artigiano (magari un idraulico, senza offesa per gli idraulici) un documento contabile, ci si sente rispondere che il prezzo del servizio dovrebbe essere in tal caso maggiorato della percentuale Iva. E l’utente normalmente non fa storie pur di non pagare una cifra maggiore. Se però si consentisse al cittadino di scaricare dalle tasse una parte della cifra in fattura, e quindi gli si permettesse di ricevere una utilità fiscale, ecco che, con ogni probabilità, assisteremmo a una iperproduzione di fatture, con la conseguente emersione in superficie di una parte dell’economia sommersa, cosa che avrebbe un suo peso anche in termini di calcolo del Pil.

Una simile misura stava per essere introdotta con la legge finanziaria del 2013 (eravamo alle ultime battute del governo Monti), ma poi uno schieramento trasversale di senatori furbetti fece mancare il numero legale. E non se ne fece più niente.

Negli anni successivi, di “conflitto d’interesse” fiscale tra utenti e prestatori d’opera, non si è più parlato. Nessun partito ha evidentemente ritenuto conveniente mettersi contro associazioni di categoria e corporazioni varie.

Peccato, perché oggi avremmo, sicuramente, diverse Maserati, diverse barche e diversi resort in meno, ma avremmo sicuramente tanti servizi sociali in più. Altro che pace fiscale.

 

 

 

 

 

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